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Caso Blefari -La brigatista confessò all'amico Papini che voleva togliersi la vita

“Aiutami a morire”

<p>Polizia</p>

Polizia

“Aiutami a morire in modo indolore”. E’ una delle frasi pronunciate da Diana Blefari Melazzi ed intercettata a Rebibbia in un colloquio con Massimo Papini, l’uomo con il quale la donna aveva avuto una storia sentimentale ed anche l’unica persona che accettava di vedere.

Papini è stato arrestato il primo ottobre scorso su iniziativa delle procure di Roma e Bologna con l’accusa di essere un militante delle Brigate Rosse.

“Ogni volta che andavo a trovarla in carcere mi diceva di volersi uccidere – ha dichiarato a uno dei legali la sorella Alessandra Blefari Melazzi -. Quella di Diana Blfeari è stata una morte annunciata, un suicidio di cui c’erano tutti i segnali”, ha aggiunto lo stesso avvocato Caterina Calia.

“Diana Blefari Melazzi poteva essere curata e poi riportata in carcere. Non c’è stata prevenzione, ma ha prevalso l’aspetto punitivo – ha aggiunto l’avvocato -. Non ci siamo limitati a delle richieste di perizie, ma abbiamo chiesto anche dei ricoveri in strutture in cui potesse essere seguita momento per momento. Le sue opposizioni a farsi curare sono state interpretate come un atteggiamento ideologico e non come un atteggiamenti schizofrenico”.

Oggi è intervenuto anche il difensore di Papini, Francesco Romeo, per precisare che la presunta collaborazione di Diana Blefari Melazzi con Papini è un’ulteriore, oscena, strumentalizzazione della sua tragica morte. “L’unica colpa di Papini – prosegue Romeo – è stata quella di essere rimasto, ostinatamente, accanto ad una persona che soffriva ed alla quale era legato da un affetto profondo”.

Sul caso è intervenuto anche il ministro della Giustizia. “Là dove si trovava detenuta – afferma Alfano – le condizioni ambientali non erano denotate da sovraffollamento o da situazioni poco dignitose. In ogni caso, come per la vicenda della morte di Stefano Cucchi, nessuna ombra deve rimanere su casi così delicati”.

2 novembre, 2009 - 16.24