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I comunisti salvati dal muro che travolse la Dc

<p>Renzo Trappolini</p>

Renzo Trappolini

Può anche darsi che il programma di “guerre stellari” e in generale la politica militare del presidente USA Ronald Reagan causò la rovina economica del sistema sovietico o almeno la accelerò, “di cinque anni” come riferì un ufficiale russo nel 1993.

Ma certamente non furono gli occidentali a far cadere, il 9 novembre di vent’anni fa, il muro che i comunisti avevano costruito per chiudere, a Berlino, i confini della parte di mondo sotto la guida di Mosca rispetto a quella filo americana. Anzi le cancellerie delle “nazioni libere” non lo prevedevano e furono colte di sorpresa, così che l’ex consigliere per la sicurezza degli Stati Uniti Robert McFarlane ebbe a dichiarare che “il contributo americano alla fine del marxismo fu relativamente piccolo” Significativo ma piccolo.
Come pure la politica di dialogo con i paesi atei al di là del muro avviata da Paolo VI, la quale aveva forse prospettive e ragioni più a lungo termine fondate sulla storica capacità di attesa della Chiesa ed i precedenti delle conversioni, come una volta quelle dei barbari.

Invece, i comunisti di Polonia, Ungheria, Russia, Lituania sapevano benissimo che il regime era agli sgoccioli. E’ sempre la fame, la crisi economica, infatti, a generare le rivoluzioni e quella comunista era davvero grave e non più sostenibile dai cittadini, come da molti governanti giunti alla conclusione che per uscir vivi occorreva diminuire i controlli statali sull’economia e conseguentemente sulla libera iniziativa.

Anche la tecnologia, con l’informatica, aveva dato il colpo di grazia al mito del proletariato riducendo a minoranza, nel processo industriale, le tute blu.

A giugno Solidarnosc, il sindacato cattolico protetto e ispirato da Giovanni Paolo II, aveva vinto in Polonia le prime elezioni regolari e multipartitiche dell’Est sovietico. Vedendone i risultati, gli ungheresi, ad agosto, aprirono il loro confine con l’Austria, mentre grandi manifestazioni per l’indipendenza scoppiarono in Lituania, Estonia e Lettonia senza che i carri armati russi si muovessero.

Anche a Berlino Est i dimostranti riempivano le strade inneggiando a Gorbaciov ed al rinnovamento che il leader sovietico annunciava (la Perestrojka). Così, il premier tedesco Honecker abdicò ed il successore non riuscì a fermare i dimostranti i quali, il 9 di novembre, abbatterono il muro, il Partito comunista rinunciò al ruolo di partito guida e furono indette libere elezioni.

L’ordine europeo risultante dalla seconda guerra mondiale stabilito a Yalta con la divisione del mondo nei due blocchi filo sovietico e filo americano, contrariamente alle previsioni degli occidentali, cadde dopo decenni di guerra fredda attraverso una rivoluzione pacifica e senza bisogno di un conflitto atomico, come si temeva.

Le conseguenze furono enormi anche da noi, dove, a farne le spese fu soprattutto la Democrazia Cristiana che, finito il comunismo sovietico e – all’interno della Chiesa – tramontata l’idea montiniana dell’unità politica dei cattolici in un solo partito, rapidamente si sfaldò.

Diversamente dal Pci che, seppur frettolosamente, alla Bolognina cambiò nome e simbolo rivivendo (la classe dirigente è sempre quella) nel Pds, nei Ds e ora nel Pd.

La caduta del muro travolse il comunismo dappertutto. In Italia no.

Anzi il leader partito nato dalle ceneri della Dc, del Psi e dei partiti liberali, Forza Italia e il Popolo delle Libertà, ci tiene a dire che i comunisti ci sono ancora e chiama a combatterli, come fosse ieri.

Renzo Trappolini