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L’uomo che dà del tu ai pinguini

Umberto Gentili

Umberto Gentili

Si dice che chi visita il Continente Nero quando ritorna viene assalito dal “Mal d’Africa”. Umberto Gentili, invece, soffre di “Mal d’Antartide”.

Glielo si legge negli occhi quando parla di quella immensa distesa di ghiaccio come se fosse casa sua. Lo si capisce nel modo in cui racconta dei suoi lunghi viaggi. Con quella voglia febbrile di ripartire. Anche domani. Anche tra un’ora. Anche subito.

Eppure la storia d’amore tra l’Antartide e Umberto Gentili nasce quasi per caso. Lui non l’ha cercata. Come ogni grande amore è stato un colpo di fulmine. Un’esperienza che all’inizio gli sembrò impossibile e che poi è diventata indispensabile.

L’Antartide è la sua vera patria. “Non ho mai avuto nostalgia dell’Italia, piuttosto ho nostalgia dell’Antartide quando sono qui – confessa -. In 14 anni ci sono andato 8 volte. Ora ho 58 anni e l’anno prossimo andrò in pensione. L’idea di non tornarci più non mi piace affatto quindi continuerò ad andarci, almeno come turista”.

Gentili è un fisico. Uno dei migliori d’Italia. Nel 1995, a 44 anni, lavora come informatico all’Enea. E’ un climatologo di Capranica ma anche un grande esperto di hardware e software. L’uomo perfetto per il Pnra, il Programma nazionale ricerche in Antartide, che un bel giorno gli propone di partire.

Qual è stata la sua prima reazione quando le hanno proposto di fare i bagagli per l’Antartide?
“Mi sono detto: quando mi ricapita un’occasione del genere? Mai più. Quindi perché no? Quando si parte?”.

Ha deciso subito, su due piedi senza preoccuparsi più di tanto. E la sua famiglia?
“Ero sposato. Lo sono ancora. Ma mia moglie mi conosce e ha capito benissimo. Era un’occasione che non potevo lasciarmi scappare e lei ha assecondato la mia decisione”.

E non l’ha mai seguita?
“No. Non avrebbe neanche potuto. I miei non sono stati viaggi turistici. In Antartide si lavora duramente e gli “estranei” alla missione non sono ammessi. Ma il mio amore per questa terra gliel’ho trasmesso in tutti questi anni. Penso che ci andremo presto in vacanza insieme”.

Cosa ricorda della prima partenza?
“Prima della partenza vera e propria ci sono diversi step da seguire. Il Pnra mi ha chiamato per le mie competenze tecniche, ma prima di imbarcarti in un viaggio del genere c’è un check up dettagliatissimo da sostenere. Dalla resistenza fisica a quella psicologica. Ti tagliano fuori per una banale carie ai denti. Superate le visite e i colloqui con gli psicologi ci sono i corsi di sopravvivenza. Ne ho fatto uno a Brasimone in provincia si Bologna, dove mi hanno spiegato le tecniche di primo soccorso, come recuperare un uomo in mare e come domare un incendio. Poi ho trascorso alcune settimane sul Monte Bianco per prendere confidenza con i ghiacciai”.

Poi finalmente la partenza.
“Sì, finalmente. Il viaggio è uno degli ostacoli più duri da sopportare. Ci vogliono 36 ore di volo per arrivare in Nuova Zelanda. Senza contare che il fuso orario è di 12 ore quindi perdi completamente la cognizione del tempo. Prendi il giorno per la notte e la notte per il giorno. E’ assurdo. Dalla Nuova Zelanda poi si prende un altro aereo, il C130, che fino a qualche anno fa era militare mentre adesso è di proprietà di una compagnia privata. Dopo otto ore di volo si atterra finalmente sul ghiaccio dell’Antartide”.

La prima sensazione, la prima volta che ha messo piede sul continente ghiacciato, qual è stata?
“Indescrivibile. Unica. Quel paesaggio è di una bellezza difficile da raccontare. Non sapevo dove guardare. Di fronte ai miei occhi c’era il mare, il ghiaccio, le montagne, i pinguini. L’Antartide mi ha stregato. E da quel giorno soffro di “Mal d’Antartide”. Nei colloqui precedenti alla partenza ci preparano a fare i conti con la paura della solitudine e con l’ansia di tornare a casa. Io non ho mai provato niente del genere. Non c’è mai stato un attimo in cui mi sentissi perso o angosciato. Anche perché non ne avevo tempo”.

Una distesa di ghiaccio infinita. Un mare bianco dove gli uomini sono soltanto dei piccoli puntini colorati. Possibile che non sia mai stato sopraffatto dalla solitudine e dal silenzio?
“No, mai. Diversamente da quello che si possa pensare le nostre giornate sono molto frenetiche. Non c’è tempo per pensare alla lontananza o alla solitudine. Non c’è nemmeno tempo per leggere. Durante i miei viaggi mi sono portato molti libri. Pensavo di avere chissà quanto tempo a disposizione e invece non li ho mai letti. Raramente provavo ad aprirne qualcuno prima di addormentarmi, ma mi si chiudevano gli occhi dopo aver sfogliato la prima pagina”.

Una vita frenetica quindi. Come si svolge una giornata tipo in Antartide?
“La sveglia è alle 7 di mattina. Poi una colazione abbondante. Alle 8 si inizia a lavorare, di solito fino alle 13. Poi c’è la pausa pranzo e si ricomincia alle 14 fino alle 19,30. In realtà capita molto spesso che il lavoro prosegua anche dopo cena. Perché quando si parte per la missione ci sono degli obiettivi da portare a termine e se si è indietro con la tabella di marcia si approfitta della notte per avvantaggiarsi”.

Lei è un fisico, un climatologo per l’esattezza, e un tecnico informatico. Di cosa si occupa in Antartide?
“Nella nostra base a Baia Terranova abbiamo una rete di stazioni meteorologiche. Ventidue per la precisione. Queste sono in contatto con l’Europa e tengono sotto controllo il clima dell’Antartide. Io sono stato contattato per la manutenzione degli apparecchi informatici, ma poi ho imparato a fare qualsiasi cosa. Spalo la neve, aggiusto gli elicotteri, lavo i piatti. Come si dice… “la necessità aguzza l’ingegno”. E lì di necessità ne vengono fuori a centinaia giorno dopo giorno. Quando hai la consapevolezza di dover contare solo su quello che hai senza la possibilità di farti arrivare quello che ti serve, ti organizzi”.

Ad esempio?
“Una volta ho dovuto aggiustare un mouse, senza il quale non potevamo lavorare, ma non avevo il materiale necessario. Neanche mi ricordo di preciso come ho fatto, ma mi sono accontentato di quello che avevo. Alla fine funzionava alla perfezione”.

Quella volta quindi le è andata bene. E’ mai capitato invece qualche incidente di percorso che non è riuscito ad affrontare?
“Per fortuna no. Come ho già detto ci aiutiamo l’uno con l’altro e una soluzione si trova sempre. L’importante è non abbassare mai la guardia. Anche perché si può rischiare la vita in ogni momento. I corsi di sopravvivenza non ce li fanno mica per gioco. Ci si deve abituare al freddo e al vento fortissimo che può gelarti le mani in pochissimi secondi”.

Il freddo. Come si fa a sopportare quel tipo di freddo?
“Ovviamente siamo attrezzati molto bene. Abbiamo un abbigliamento che somiglia molto a quello degli astronauti. Tutto il corpo deve essere coperto alla perfezione. Se tocchi a mani nude un oggetto di metallo ti rimane attaccato alla pelle e riesci a toglierlo solo scaldando il ferro con una fiamma. La temperatura più alta, in piena estate, è di -5 gradi. D’inverno si raggiungono tranquillamente i -40 e a volte anche i -50″.

Sembrano temperature assurde. In Italia quindi indossa magliette a maniche corte anche a gennaio!
“No affatto. In Italia ho freddo anche a 10 gradi perché l’umidità è molto più alta. Lì invece il freddo secco si sopporta abbastanza bene. Poi, ripeto, siamo molto coperti e all’interno della base l’ambiente è ben riscaldato”.

La base italiana “Mario Zucchelli” ospita dalle 60 alle 100 persone. E’ come un piccolo paese. Vi conoscete tutti.
“La base è proprio come un piccolo paese. Ci sono i locali per dormire, quelli per mangiare e per divertirsi. Abbiamo anche delle automobili per spostarci anche se più spesso usiamo mezzi più resistenti come i quod. La vita è normalissima. Nel tempo libero giochiamo a carte, ascoltiamo la musica, guardiamo i film, beviamo birra e ci raccontiamo le barzellette. L’età varia dai 20 ai 60 anni circa e ci sono anche molte donne. E’ una vera e propria comunità”.

Televisione e radio però sono bandite, giusto?
“Sì, perché lì non arrivano le onde radio. Riusciamo ad avere contatti via e-mail sfruttando il satellite, ma il costo è molto elevato. La comunicazione ha un prezzo di circa 7 dollari al minuto quindi abbiamo adottato un metodo particolare. I nostri computer sono sempre collegati tra loro, ma il server viene collegato all’esterno in media solo una o due volte al giorno. In quel momento spediamo i nostri messaggi e riceviamo quelli dell’Europa. Ci arriva anche una versione ridotta di Repubblica, almeno possiamo sapere cosa succede in Italia”.

E il cibo? Chissà cosa sarete costretti a mangiare… cibo in scatola o liofilizzato.
“Assolutamente no. Ci facciamo delle abbuffate di lasagne da fare invidia a una massaia bolognese! Abbiamo cuochi eccezionali e le provviste arrivano dall’Europa periodicamente. La carne e la verdura invece, che sono prodotti più deperibili, ci vengono recapitate da una nave rompighiaccio che fa la spola dalla Nuova Zelanda. Una curiosità? Usiamo i frigoriferi per tenere i cibi al caldo. O meglio alla giusta temperatura. A -30 la verdura si brucerebbe, il frigorifero invece la mantiene a 4 gradi sopra lo zero”.

Intorno alla base cosa c’è? Solo ghiaccio o qualche vicino di casa?
“I vicini di casa sono tantissimi. Americani, francesi, giapponesi. Anche se le distanze non sono le stesse di quelle a cui si è abituati in città. Tanto per fare un esempio i nostri dirimpettai più prossimi sono gli americani che “abitano” a 400 chilometri dalla nostra base. Comunque non ci sentiamo mai soli anche perché ci sono gli animali”.

Certo gli animali. I pinguini, giusto?
“Sì, ma non solo loro. Ci sono balene, foche, pinguini Imperatore e pinguini Adelia, e poi pesci, molluschi e una specie particolarissima di gamberi, i krill, che i giapponesi adorano. Anche troppo. Ne pescano a tonnellate, anche se è proibito. E visto che le acque sono extra-territoriali, spesso rimangono impuniti.
Gli animali più simpatici comunque sono i pinguini. Gli Imperatore sono snob. Sembra sempre che ti stiano studiando. Ti guardano dall’alto in basso e non si avvicinano mai troppo. Gli Adelia invece sono dei veri “impiccioni”. Stanno sempre in mezzo ai piedi”.

Ha parlato dei pescatori di frodo che alterano l’equilibrio ambientale. Ma per quanto riguarda il surriscaldamento globale? Le ricerche in Antartide hanno evidenziato problemi particolari ai ghiacciai?
“Sembrerà assurdo ma la situazione è tutt’altro che grave in Antartide. Dal 1987, il primo anno che la nostra compagnia italiana mise piede a Baia Terranova, ad oggi, la temperatura media non è cresciuta. Anzi si è abbassata di un grado. A quanto ci risulta finora i problemi per il surriscaldamento della Terra sono nell’Artico, dove i ghiacciai si stanno sciogliendo. In Antartide è tutto sotto controllo”.

Tra il paesaggio naturale e gli animali avrà avuto modo di vedere spettacoli incredibili.
“Proprio così. Infatti l’Antartide mi ha fatto diventare anche fotografo. Ho pubblicato un libro di immagini e gestisco la fototeca dell’Antartide che è composta da circa 180 mila scatti. Ho fotografato di tutto. Le montagne, i crepacci nel ghiaccio, i pinguini, le foche e perfino una balena nell’attimo in cui “soffiava”. Ero su un elicottero e l’ho presa dall’alto. Uno spettacolo bellissimo”.

E l’Antartide di notte com’è?
“Come di giorno. Non è mai buio, al massimo il cielo si colora di un rosa chiarissimo. Come se stesse per calare il sole. E’ una specie di tramonto che dura qualche ora, poi torna di nuovo la luce. Anche questa è una delle cose a cui è difficile abituarsi. Per dormire siamo costretti a sprangare le finestre. La notte dobbiamo crearcela da soli”.

Di sicuro però non mancherà il silenzio.
“Anche questa è una mezza verità. Certo non ci sarà mai il caos di una metropoli, ma il vento, gli animali, e soprattutto gli uomini e le attrezzature, fanno tanto rumore. C’è un fruscio di sottofondo continuo. Però se hai voglia di silenzio, quello vero, basta percorrere qualche centinaia di metri e ti ritrovi in mezzo a un deserto di ghiaccio che sembra finto. Il silenzio diventa assordante. Non è un’esagerazione: le orecchie fischiano per la mancanza totale di suoni. E’ una bella sensazione”.

Insomma lei non ha paura della solitudine, non ha paura del silenzio, non ha paura degli imprevisti. Non ha paura di niente.
“Questo non è vero. Sono capitati momenti in cui ho visto persone in difficoltà. Incidenti sul lavoro che sarebbero potuti succedere anche a me. Eppure la paura quella vera, profonda, non l’ho mai provata. Sono un tipo pratico, mi sono saputo adattare e mi sono innamorato di questo posto”.

L’aneddoto più bello?
“Di episodi belli ce ne sono a centinaia. Ci vorrebbe una vita per raccontarli tutti. Uno in particolare però mi piacerebbe ricordarlo. Qualche anno fa eravamo fuori dalla base per una perlustrazione in elicottero. I lavori si sono prolungati più del previsto. Era il 31 dicembre. A un certo punto ci siamo accorti che mancavano pochi secondi alla mezzanotte. Eravamo in quattro, più il pilota. Abbiamo stappato una bottiglia di spumante e ci siamo fatti gli auguri. Forse a qualcuno potrà sembrare un Capodanno triste. Senza festa, senza cenone e senza baldoria. Per noi però è stato il più bel Capodanno di tutti”.