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Menomale che c’è il “partito dell’amore”…

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Ci risiamo. Appena passato il Natale, il presidente del consiglio ha ricominciato a minacciare riforme a tutto spiano che nel suo vocabolario vogliono dire lodo Alfano, processo breve, pubblici ministeri ecc., per cui a nulla sono serviti i buoni propositi natalizi ed è subito ripresa la solita indefessa fuga dai processi.

A parte le letterine al Santo Padre, che suggerirei di far commentare a Dino Boffo, abbiamo avuto la novità del “partito dell’amore”, citato dappertutto, in tv, in radio, per telefono, per ogni dove.

Che significa? Si intende forse far decollare il partito di Moana dopo il traino dello sceneggiato tv o si vuol arruolare anche Cicciolina e la D’Addario?

A parte l’ironia facile sull’ultima trovata del marketing berlusconiano, in che cosa consiste il clima di intesa che dovrebbe instaurarsi tra gli opposti schieramenti? Non certo in un’intesa sottobanco tra maggioranza e opposizione, idonea a far superare in Parlamento paletti e scogli al programma governativo.

Un’intesa di questo genere sarebbe inaccettabile, com’è ovvio, e politicamente dannosissima. Allora in che cosa potrebbe essere ritrovato quel clima di intesa che sembra essere diventato d’improvviso il leit-motiv del brain trust berlusconiano?

La risposta sarebbe facile se si ricorresse al concetto vetusto del rispetto dell’avversario, valore base di una normale democrazia parlamentare, ma assai arduo da conquistare e mantenere, specie in tempi come i nostri dove la tecnica mediatica e televisiva in particolare, esige quasi un uso spregiudicato di quei mezzi e quindi, come effetto, la demonizzazione dell’avversario.

Si può prendere come esempio negativo proprio il fatto che uno dei raggruppamenti si definisca “partito dell’amore” e lasci all’altro il ruolo del “partito dell’odio”, e ciò mentre vorrebbe apparire disposto al dialogo, e nel preludio delegittima in modo brutale ogni eventuale opposizione.

Un esempio difficile da dimenticare fu quella commedia buffa dell’inchiesta parlamentare sull’affare Mitrokin, nata per distruggere la figura politica di Prodi e finita con qualche processo per calunnia per i soli esecutori. In quel caso il partito dell’amore dov’era?

In queste condizioni sembra inutile ricercare una qualunque intesa, perché tutto somiglia troppo ad una manovra pubblicitaria elettorale, quasi un formato 6×3, dove le buone intenzioni professate servono al massimo a tener fermo l’avversario prima del colpo successivo.

Perciò, se fossi in Bersani rifletterei bene sul buonismo sbandierato, perché sempre di un “miracolo del predellino” si è trattato. E nel tormento del dubbio sulla sincerità di simili accenti, telefonerei almeno al Csm, alla Corte dei Conti e al Colle per sentire il parere di quei noti sovversivi.

In ogni caso, mai e poi mai avrei consentito ai senatori Pd di votare a favore della conservazione del doppio incarico di senatori e finanzieri a due consiglieri Fininvest e Mediolanum.

E vadano a farsi friggere le nuove intese, se questo è l’amaro prezzo da pagare.

Severo Bruno