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Un atto da condannare senza riserva

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Appartengo a coloro che ritengono la non violenza, anche linguistica, fondativa di qualsiasi legittimo agire politico.

Per questo, pur non nutrendo alcuna simpatia politica o personale per Silvio Berlusconi, mi sento assolutamente solidale con il presidente del Consiglio dei Ministri.

Non condivido infatti la più o meno sottile soddisfazione che circola nelle chiacchierate tra alcune persone o su internet per l’aggressione da lui subita domenica in piazza Duomo.

Per quanto essa sia stata perpetrata da una persona che potrebbe essere incapace di intendere e di volere, rimane infatti un atto da condannare senza riserva alcuna.

Detto ciò ritengo però inaccettabile che si tenti di strumentalizzare questo episodio ribaltandone la responsabilità su coloro che esercitano in parlamento, nelle piazze o sui giornali il proprio diritto di critica sull’azione di governo. L’appello del Capo dello Stato ad “abbassare i toni” non può essere infatti inteso come una richiesta di “disarmo unilaterale” a chi non sostiene la maggioranza parlamentare.

C’è in generale un atteggiamento basato sulla distinzione tra «noi e loro» che intossica la dialettica politica creando una contrapposizione spesso artificiosa ed esasperata. Tutti gli apprendisti stregoni farebbero bene a non soffiare sul fuoco, perché il ritorno di fiamma potrebbe risultare molto pericoloso. L’intervento sui fatti di Milano del capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, è da questo punto di vista esemplare.

E’ appena il caso di ricordare che un ministro della Repubblica può impunemente parlare di «certo culturame» al quale bisogna «chiudere i rubinetti per farli morire», o rivolgersi verso una parte del paese accomunata sotto la definizione di «élite di merda» per arrivare a desiderare che certa sinistra «vada a morire ammazzata».

O che un altro ministro affermi a proposito di coloro che non ritengono appropriata (così come una Corte europea) l’esposizione del crocifisso nelle scuole che «possono morire». Come li dobbiamo considerare: toni bassi o, al più, espressioni colorite?

In questo quadro Massimo Tartaglia, l’aggressore di piazza Duomo, può forse rappresentare la confusione che alberga in tanti cittadini, che finiscono per identificare il corpo del leader (il “presidente con le palle”, l’icona pop del nostro tempo secondo la rivista “Rolling stones”…) con una leadership: un uomo con una politica.

E’ una confusione alla quale occorre sottrarsi, anche perché è necessario poter dire che se il “processo breve” era una schifezza giuridica prima di domenica, tale rimane ancor oggi, ennesimo tassello del disegno “ad personam” che inquina da anni la legislazione e la vita istituzionale del nostro paese.

Ma mentre la mia opinione è e rimane acqua fresca, quella del Consiglio superiore della magistratura, il quale ritiene che un tale provvedimento sarebbe uno tsunami per la giustizia, andrebbe tenuta invece in una qualche considerazione. La chiave di volta per fare uscire il nostro Paese dalla spirale negativa che lo avvolge non può infatti essere altro che la capacità di dialogo e di reciproco ascolto tra partiti, istituzioni, rappresentanze sociali.

Mentre tanti cittadini sono alle prese con una crisi economica e occupazionale ancora profonda e aggressiva, il teatro della politica pare fatto di tanti burattini che continuano a darsi le mazzate. Mentre noiosi talk show si affollano di un ceto politico sempre più autoreferenziale, un baratro esistenziale si apre nelle vite di milioni di persone.

In una provincia piccola e con poche realtà produttive come quella di Viterbo duemilasettecento persone sono in cassa integrazione e molte di loro rischiano di rimanere senza lavoro. La loro condizione e quella delle loro famiglie è molto più seria ed importante delle schermaglie televisive.

Alla fine io non tirerei assolutamente un bozzetto della Macchina di S. Rosa sui denti di qualcuno che mi desse del coglione perché voto a sinistra. Ma chi si trova senza lavoro, senza reddito, senza futuro sarà sicuramente più pericoloso di me.

Valerio De Nardo