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Mi “dimetto” da italiano

 

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Non so in che condizioni siano le braccia di Bennato, ma le mie sono crollate definitivamente in quest’ultimo mese, e non credo di avere neanche la voglia di raccoglierle e riattaccarle di nuovo al loro posto, tanto cadrebbero nuovamente a terra di sicuro e allora tanto vale lasciarle lì: quando sarà passata la nottata le raccoglieremo e cominceremo, già che ci siamo, anche ad incollare i cocci del nostro Paese con certosina pazienza.

 

 

Seduto davanti al computer in un albergo spagnolo, leggo con raccapriccio le ultime notizie provenienti dal mio paese: pesante riduzione delle ore di storia dell’arte nei licei classici, linguistici e artistici (!).

Un mio collega straniero mi chiede, giustamente, come sia possibile visto che praticamente deteniamo il patrimonio artistico più grande del mondo e che se non ci siamo inventati noi le arti figurative e architettoniche poco ci manca. Fingo di non capire lo spagnolo e blatero qualcosa tipo ehm, ehm, la crisi, sai, vuoi un altro caffè?

Alla notizia di cui sopra se ne aggiunge un’altra: con la riforma scolastica proposta dal ministro Gelmini la disciplina “musica” risulta assente in tutti i nuovi percorsi liceali ad esclusione, ovviamente, dei licei musicali e coreutici.

Decido di mantenere un basso profilo e di entrare in teatro rasentando i muri, perché non mi vedano: un altro mio collega, americano, potrebbe chiedermi come sia possibile che un Paese che ha inventato l’opera lirica trascuri uno dei suoi tesori più importanti nella formazione delle prossime generazioni, e potrebbe anche rinfacciarmi il fatto che tutte le high school americane hanno un’orchestra e un coro di studenti.

Rifugiamoci nella politica, via. Almeno quella avrà mantenuto un alto profilo. Cerchiamo una notizia che ci metta di buonumore, un appiglio che ci consenta di rispondere con un minimo di orgoglio agli inevitabili sguardi di compassione.

Macché: i quotidiani italiani sembrano una versione “chic” di Novella 2000. Non sappiamo esattamente quello che sta succedendo in Parlamento, ma apprendiamo chi va a letto con chi, e se ha pagato o meno la prestazione.

Il fatto che, una volta assolti i propri doveri, se uno decida o meno di intrattenersi con una prostituta non sia esattamente cosa che dovrebbe interessarci, pare non sfiorare i nostri dotti editorialisti.
Aiuto. 

Cerco sollievo nella radio, e mi scarico qualche podcast nell’isola felice di radiodue.

Apprendo con orrore che, cambiato il direttore di rete, è sparito “Condor”, l’intelligente programma condotto da Luca Sofri, che Simona Marchini, Fernanda Scrivano e Pier Francesco Poggi sono stati silurati da Black Out, che Rai Dire Sanremo (il programma della Gialappa’s che rendeva tollerabile quell’indifendibile polpettone che è il Festival di Sanremo, peraltro garantendo ulteriore audience a raiuno) è stato cancellato, e che è partito il primo esperimento di reality radiofonico di cui tutti sentivamo un’impellente necessità.

L’isola felice è diventata peggio dell’isola dei famosi: resistono strenuamente, a baluardo della passata programmazione e non so per quanto, gli intelligenti stimoli di “dispenser”.

Faccio una telefonata a un mio amico carabiniere il quale mi assicura che, malgrado il proposito di fondo potrebbe essere condivisibile, è tuttora reato cancellare col bianchetto la scritta “italiano” alla voce “nazionalità” del proprio passaporto.

Allora mi domando: è possibile, arrivati a un certo punto della vita, rinunciare volontariamente alla propria nazionalità?

Ossia: quando non ci si riconosca più nelle scelte dei propri connazionali, quando all’estero l’essere italiani ci imbarazza profondamente, quando non ci si senta più orgogliosi di essere italiani ma si voglia comunque restare a vivere nel proprio Paese pagando le tasse e osservandone le leggi, c’è modo di ottenere lo status di “apolide” rinnegando per scelta consapevole la propria cittadinanza?

Se la risposta fosse sì, datemi un cenno: questa non è una provocazione, è una vera e propria richiesta di aiuto. Sono disposto a pagare qualsiasi prezzo.

Alfonso Antoniozzi