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E’ morto Alberto Ronchey

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E’ morto Alberto Ronchey, maestro di giornalismo, scomparso ad 83 anni.

A lui si deve il termine “lottizzazione”, adottato per definire l’abitudine dei partiti di spartirsi le nomine negli enti pubblici, in primo luogo alla Rai.

A lui si deve la formula “fattore K”, con la quale indicava nella presenza del Partito comunista più forte dell’Occidente l’handicap che impediva alla sinistra italiana di presentarsi unita come una credibile alternativa di governo al predominio democristiano. Tutte vicende da lui ricostruite nel libro “Il fattore R” del 2004, una vivace autobiografia in forma d’intervista con Pierluigi Battista.

Nato a Roma il 27 settembre 1926, Ronchey era di lontana origine scozzese. E in effetti il suo spirito laico e illuminista ricordava da vicino la filosofia empirica di grandi pensatori della Scozia settecentesca, come Adam Smith e David Hume, mentre nutriva una forte diffidenza per le religioni rivelate e i sistemi ideologici, a cominciare dal marxismo. Aveva fatto il suo apprendistato giornalistico da ragazzo, lavorando durante l’occupazione tedesca all’edizione clandestina della “Voce Repubblicana”, che più tardi avrebbe diretto.

In seguito era anche approdato al “Corriere della Sera”, come editorialista. E per lunghi anni era stato uno dei critici più esigenti della classe politica, come si può constatare nei suoi libri “Accadde in Italia” (1977), “Chi vincerà in Italia?” (1982), “Atlante italiano” (1997). Alla Dc rimproverava lassismo e non governo, al Pci i pregiudizi ideologici: non gli dispiacquero alcuni tratti del decisionismo di Bettino Craxi. Non era però un uomo che si limitasse a giudicare dall’esterno. Era disposto a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità anche gravose. Per questo accettò l’incarico di ministro dei Beni culturali nel primo governo Amato e nel governo Ciampi, dal 1992 al 1994. E in seguito fu presidente della Rcs, in un periodo non facile, tra il 1994 e il 1998.