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Mina, un mito di 70 anni

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La signora Mina Anna Mazzini è nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Giovedì si celebrerà quindi il settantesimo genetliaco di una delle più grandi artiste del nostro tempo.
Mina, la “tigre di Cremona”, dal 2001 grande ufficiale della Repubblica, editorialista della Stampa, è infatti senza alcun dubbio l’interprete musicale che più ha lasciato il segno nell’ultimo mezzo secolo di storia della canzone italiana.

I suoi esordi, quasi casuali, avvengono nel 1958 alla Bussola di Marina di Pietrasanta, dove nel 1972 ci sarà il suo ultimo concerto pubblico.

Per molti di noi, oggi uomini e donne di mezza età, la voce affascinante, le sonorità raffinate, i virtuosismi vocali, le movenze sinuose di Mina rimangono nell’immaginario legato all’età della infanzia e della adolescenza, agli anni della “educazione sentimentale”, al di là di sensibilità culturali e tendenze politiche.

Quando la televisione era in bianco e nero e su un solo canale correva l’unificazione culturale della nazione, Mina fu protagonista di primo piano.

Nell’Italia bacchettona dei primi anni ’60 dovette subire anche l’allontanamento dalla Rai per aver dato alla luce il figlio Massimiliano senza essere sposata. Ma la sua bravura fece rapidamente giustizia dei pregiudizi e già dopo qualche mese tornò alle luci della ribalta televisiva.

I migliori parolieri, musicisti e produttori vollero lavorare per lei, capace di spaziare dalle sonorità più melodiose a quelle più sperimentali, caratterizzando sempre le interpretazioni con un timbro del tutto particolare e un’ironia di fondo che ne hanno fatto la grande icona pop che è tutt’oggi.

Ma quel che rende questa icona assolutamente unica (con la sola eccezione, forse, di Lucio Battisti) è la sua scomparsa dalle scene.

Proprio nel momento in cui, all’inizio degli anni ’70, si afferma la civiltà dell’immagine e la televisione si afferma definitivamente come il principale strumento di comunicazione di massa, Mina nega la sua immagine al pubblico, fermando così il tempo ai fotogrammi più conosciuti, rendendo quasi inutili i pochi degli anni successivi, rubati dai rotocalchi o “truccati” sulle copertine dei dischi.

Così oggi, sentendola negli spot di una delle più importanti marche di pasta, non abbiamo bisogno di vederla per capire che quella strana voce narrante o quel «blu dipinto di blu» appartengono alla tigre di Cremona.

Una donna che tutt’ora sa stare dentro alla comunicazione tenendosene a debita distanza, che sa essere così italiana stando a Lugano.

Una signora che merita auguri, rispetto e ammirazione anche per il suo essere tranquillamente agli antipodi di questa civiltà che divora storie e biografie proprio dando in pasto volti e corpi alla televisione, nella quale le parole degli uni e degli altri finiscono per confondersi in un chiacchiericcio indistinto, in una sorta di rumore di fondo, nel quale la sua voce sa ancora affermare la propria raffinata unicità.

Valerio De Nardo