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Politica -Il neoministro rinuncia allo scudo nell'inchiesta Antonveneta

Brancher si arrende: “Via al processo”

Aldo Brancher

Aldo Brancher

Aldo Brancher rinuncia allo scudo ministeriale nel processo Antonveneta.

“Così mi sento più tranquillo – ha detto alla fine – a questo punto credo di avere tolto ogni retropensiero a chi ha montato questa speculazione ignobile”.

Il neo ministro ha deciso al termine di una giornata per lui drammatica, nella quale la sua figura si è trasformata nel possibile punto di rottura della maggioranza e ha messo in crisi la stessa tenuta del governo.

Ieri ha passato gran parte della giornata a Roma, al lavoro con i suoi collaboratori negli uffici di largo Chigi. Proprio mentre al tribunale di Milano si discuteva del legittimo impedimento invocato giovedì scorso, a soli sette giorni dalla promozione a ministro. Scosso dalla bufera ha cercato di concentrarsi sui prossimi impegni.

“Le deleghe il pm non ce le ha chieste – ribattevano i suoi collaboratori – comunque sono quelle approvate dal consiglio dei ministri il 18 giugno e proprio oggi le stiamo limando con il ministro Fitto perché ci potrebbero essere alcune sovrapposizioni di competenze sulla sussidiarietà. Tutto risolto e a giorni saranno pubblicate dalla Gazzetta ufficiale”.

Ma i problemi, quelli veri, erano altri: la spada di Damocle delle dimissioni che, comunque, non si poserà fino a quando Brancher non avrà parlato con il premier Silvio Berlusconi, a Toronto per il G8. Dimissioni? Rinuncia al legittimo impedimento? Alle sette del pomeriggio Brancher rispondeva ancora così: “Ci sto pensando”.

Poi la dichiarazione ufficiale. “Il ministro Aldo Brancher rinuncia al legittimo impedimento, ha deciso di acconsentire lo svolgimento dell’udienza del cinque luglio – hanno annunciato gli avvocati Filippo Dinacci e Piermaria Corso -. La scelta di far valere il legittimo impedimento era stata presa perché pensava fosse suo dovere, almeno nel primo periodo di mandato, dare un impulso determinante a quelle riforme di cui il paese ha bisogno e che il governo gli chiedeva di velocizzare. Per questo si era messo a disposizione della magistratura a partire dal sette ottobre prossimo, ritenendo che per quella data avrebbe potuto completare buona parte del programma di lavoro”.

Ma poi le polemiche, le richieste di dimissioni, quella telefonata dal Canada che non arrivava, hanno convinto il ministro a cambiare idea.

27 giugno, 2010 - 10.50