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Bisogna smetterla di maledire gli amministratori…

Francesco Mattioli

Resto convinto che una graduatoria di qualità della vita valutata da un anno all’altro non sia in grado di stabilire i destini di una provincia; che significa perdere o guadagnare una dozzina di posti in graduatoria nel giro di dodici mesi? Sembra di confrontare le classifiche del campionato di calcio: ma a differenza delle squadre che possono perdere rapidamente i migliori campioni, venduti infortunati o scoppiati – si pensi all’Inter – e quindi precipitare dalla zona Champion alla zona retrocessione, i territori, le città, le strategie di miglioramento dei servizi, delle infrastrutture, della produttività hanno bisogno di tempi più lunghi, spesso corrispondenti ad una legislatura amministrativa, per poter esprimere un vero miglioramento o una reale recessione.

Così, molti addetti ai lavori storcono il naso di fronte alleclassifiche annuali del Sole 24 Ore [1]o di Legambiente, che possono generare discussioni politiche, polemiche, commenti estemporanei, ma che difficilmente illustrano una effettiva realtà socioeconomica in termini scientificamente corretti. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di certe serissime obiezioni, ma posso assicurare che in campo scientifico gli sforzi del Sole 24 Ore, ancorché affidati a specialisti, non sono del tutto apprezzati.

Detto questo, non c’è dubbio che Viterbo si trovi comunque in una posizione di costante rincalzo in queste classifiche, con pochissime eccellenze e numerose criticità; anzi, da qualche tempo anche dal punto di vista della sicurezza, che la letteratura scientifica più avanzata considera uno dei requisiti più importanti della qualità della vita e che era uno dei fiori all’occhiello del capoluogo, le cose non vanno bene.

Mi sono chiesto, allora, perché incontro molti neoviterbesi che, fuggendo le nebbie del nord, lo smog delle metropoli o la criminalità quotidiana di certo mezzogiorno, asseriscono di apprezzare Viterbo perché è una città tranquilla, a misura d’uomo, bella e vivibile. Vero che tanti giovani fuggono dalla città, ma va considerato che certe fughe costituiscono quasi un rituale generazionale, tant’é che ho conosciuto io stesso diversi ragazzi senesi (e Siena è ottava in graduatoria…), grossetani e ternani che dichiarano di sentirsi chiusi e soffocati a vivere nelle loro ridenti cittadine.

C’è un dato che la stampa non ha preso adeguatamente in considerazione: tra le classifiche fornite dal Sole 24 Ore c’è anche, e se non sbaglio per la prima volta, un graduatoria della felicità, costruita su una domanda posta ai cittadini-campione: “Personalmente, lei è felice?”.

Ebbene, in questa speciale classifica, Viterbo è addirittura al decimo posto (Bologna, prima per qualità della vita è al 57° posto, Siena al 32°) e Palermo – udite udite – al primo…. Non è un dato sorprendente; il premio Nobel Amartya Sen ha spiegato che qualità della vita in termini socioeconomici e strutturali, e felicità in termini di stato psicologico personale, non sono sovrapponibili. La qualità della vita si valuta su indicatori apparentemente oggettivi scelti secondo quello che si “deve” intendere oggi per forme di convivenza eccellenti.

La felicità invece è uno stato di appagamento, si collega a un livello di aspirazione saturato, è sentirsi soddisfatti di certi piccoli vantaggi, di certe quotidiane sicurezze, di solidi legami affettivi, di tradizioni. Cinque anni fa tre ricercatori dell’Università di Tor Vergata scoprirono che erano più felici i nigeriani che i tedeschi e spiegavano l’apparente paradosso con il fatto che il nigeriano sapeva di non poter avere di più, e se abitava in città già si sentiva privilegiato rispetto a chi viveva nell’inferno della campagna, mentre il tedesco, completamente assorbito dalla corsa ai consumi, alla ricerca di nuove identità e orizzonti nella postmodernità avanzata, si sentiva continuamente inappagato e teso a raggiungere sempre nuovi obiettivi.

Questo meccanismo di relativizzazione dei punti di riferimento cognitivo può spiegare perché i forestieri che hanno deciso di vivere a Viterbo si sentono felici di abitarvi, e perché al contrario molti viterbesi doc si sentano in un gallinaio. E magari anche perché, alla fin fine, pur di fronte a tante critiche – piove, governo ladro – la classe politica locale resta sempre la stessa.

Quali le conclusioni? Smetterla di piangersi addosso, di limitarsi a maledire gli amministratori (d’ogni colore, tenuto conto che sui carboni ardenti non c’è solo Viterbo ma tutti la provincia) senza prendersi anche le proprie responsabilità; fare un salto di qualità nel gestire la cosa pubblica, ma anche nell’individuare le forme eccellenti del vissuto quotidiano; guardare oltre l’orizzonte e vedere che cosa succede più in là; scrollarsi di dosso il provincialismo che attanaglia questa città da almeno sette secoli; volare alto insomma.

Un esempio banale: tra gli indicatori di qualità della vita c’è anche l’igiene pubblica. E’ giusto bacchettare gli amministratori se non offrono un servizio adeguato; ma mettiamoci anche la mano sulla coscienza, quando rovesciamo la nostra immondizia fuori dei cassonetti e creiamo discariche a cielo aperto avanzando le scuse più puerili.

La civiltà reclamiamola negli altri, ma pratichiamola anche noi.

Sono certo che in poco tempo scaleremmo le incerte classifiche del Sole 24 Ore e forse, andremmo persino in Coppa Uefa.

Francesco Mattioli