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Quel Mieli mi sta antipatico…

Valerio De Nardo

- Paolo Mieli mi sta sinceramente antipatico, essendo uno dei capi dell’establishment posti a direzione dell’orchestra delle opinioni che girano per il Paese e, sicuramente, uno dei king maker del governo Monti, verso cui personalmente nutro ben pochi sentimenti positivi e molte diffidenze.

Antonio Gramsci riteneva necessario distinguere con nettezza tra “senso comune” e “buon senso”. E per spiegare tale distinzione ricorreva ad Alessandro Manzoni, il quale annotava che al tempo della peste “c’era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l’opinione volgare diffusa, perché il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Ecco: è proprio questo che venerdì pomeriggio, mentre ascoltavo Mieli rispondere alle domande del direttore Galeotti alla Scuola Edile [1], mi suscitava insofferenza: il voler far credere che senso comune e buon senso potessero sovrapporsi, così, tranquillamente, senza tenere conto delle differenze, dei conflitti, delle contraddizioni. Per una personalità cresciuta in Potere Operaio mi pare una non piccola amnesia rispetto alla propria formazione.

Ma quel che mi interessa sottolineare è stato il moto di sincerità che in quella sede Mieli ha avuto nel rimarcare come la situazione reale sia ben peggiore di quella che i media descrivono. Ne ha dato una spiegazione ineccepibile: i media vendono pubblicità; la pubblicità ha bisogno di sano ottimismo (ne approfitto per porgere un deferente saluto al maestro Tonino Guerra, da poco scomparso); i media devono vendere ottimismo. E’ evidente che Mieli conosca tanto Aristotele quanto il marketing editoriale.

Ma è altresì evidente che Mieli conosca la situazione reale, fatta di imprenditori che non vengono pagati, di lavoratori licenziati o in cassa integrazione guadagni, di giovani sempre più sfiduciati nella possibilità di trovare uno sbocco alla propria domanda di inserimento nella società.

Non c’è più garanzia per nessuno. Non sarà la Grecia, ma finalmente i mezzi di informazione si sono accorti delle persone che si tolgono la vita piuttosto che perdere la dignità: hanno smesso di battere il tasto su scandali e piccole (insopportabili, intollerabili, insostenibili) microviolenze, per accorgersi del dramma economico e occupazionale che interessa ogni famiglia. La grande depressione è già qui ed è meglio rendersene conto, anche perché è proprio da qui che può ripartire la ripresa.

Che non vuol dire cchiu Pil ppe’ tutti. Ma green economy, buona occupazione, nuovo welfare. L’Italia ce la può fare se alza la testa, se non ha paura del conflitto, se non abbassa la testa appena si alza l’andamento dello spread, se sull’articolo 18 ragiona con la testa invece che con la pancia.

Abbiamo appena chiuso le celebrazioni del 150esimo dell’unità d’Italia e vorrei sperare che, al di là dell’ubriacatura di retorica, che ha consentito al presidente della Repubblica di approfittare temporaneamente (e per fortuna) del suo ruolo, rimanesse il senso di una nazione che vuole camminare insieme. Perché da soli non si va da nessuna parte.

Valerio De Nardo