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“Province, una schizofrenia amministrativa”

Francesco Mattioli

“La Provincia, ente locale intermedio tra Comune e Regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo” (art.3, comma 3, T.U. 28 settembre 2000, n.267).

Sono tra coloro che ritengono il governo Monti come il male minore per l’Italia nell’attuale difficile congiuntura economica internazionale. Sono anche tra coloro che apprezzerebbero un’ulteriore presenza di Mario Monti al timone del governo dopo le elezioni politiche del 2013, seppur in un contesto legittimato sul piano propriamente politico.

Con tutto ciò, le scelte del governo Monti sulle province mi sembra che abbiano ben poco di “tecnico”, o meglio, di razionale.

Non c’è dubbio che molte province, figlie di un vecchio clientelismo territoriale diffuso da nord a sud, andassero tagliate, non solo per risparmiare denaro pubblico, ma soprattutto per contrastare certo municipalismo frammentario e clientelare. Ma c’era da farlo con criteri “tecnici” leggermente più meditati e argomentati di quelli puramente numerici adottati; un “tecnico” è qualcuno che applica un sapere, un sapere che proviene dalla sperimentazione, dalla verifica, insomma dalla scienza e quindi dalla ragione.

Il taglio delle province invece non è avvenuto con il supporto della ragione, cioè del ragionamento, che ovviamente non usa il decespugliatore ma risolve caso per caso, seppur sulla base di criteri di riferimento.

Facciamo degli esempi banali.

Come si è avuto modo di dire in passato, la programmazione territoriale non si fa con il pennarello e la squadra, ma con l’analisi storica, socioculturale ed economica. Quindi i tecnici hanno commesso un errore tecnico, perché non hanno usato gli strumenti corretti nell’operare.

Ci sono regioni di due province, come l’Umbria, che si vedono ridotte ad una sola provincia, che però corrisponde anche alla Regione. Il risultato è una schizofrenìa amministrativa. Quindi i tecnici hanno commesso un secondo errore, perché hanno generato situazioni assurde.

Ci sono province accorpate semplicemente per ragioni quantitative, pur avendo caratteristiche e problemi totalmente differenti. Viterbo e Rieti assieme è uno di questi casi; addirittura faticano ad avere una continuità territoriale.

Qui i tecnici hanno commesso il terzo errore. Basta leggersi le disposizione legislative relative alle competenze delle province per rendersene conto; tali competenze sono sostanzialmente di natura programmatica e di coordinamento delle vocazioni territoriali; molte province – non tutte – sono state disegnate a suo tempo riunendo comuni e territori che condividevano vocazioni e caratteri comuni.

Se però si uniscono due province totalmente diverse fra loro, quali politiche di coordinamento territoriale restano possibili? Con quali difficoltà di sintesi e di accordo? Capisco che Pisa e Livorno possano condividere prospettive territoriali comuni, e che nel XXI secolo certe diatribe storiche d’origine medievale debbano essere rimosse; ma mettere assieme due territori diversi e lontani fra loro come Viterbo e Rieti, già a suo tempo riunite a forza e innaturalmente nel Lazio, non mi sembra un’opzione razionale.

Credo che con sei mesi di tempo, incaricando una commissione di esperti – storici, statistici, sociologi, economisti – a cui fossero stati sottratti pennarelli e squadre, si sarebbe potuta raggiungere un drastica riduzione delle province, ma ridisegnando anche l’assetto territoriale e regionale secondo criteri di reale omogeneità e potenzialità programmatica. Si è invece lavorato in fretta, male, tanto per dare un segnale; i tecnici hanno lavorato da politici, anzi no: da demagoghi.

Tutto ciò è molto triste, perché la soluzione trovata è una classica soluzione raffazzonata, compromissoria, pasticciata. Insomma, la solita soluzione all’italiana, che non usa né gli strumenti della democrazia ( visto che cala dall’alto) né quelli della scienza (visto che non adotta criteri razionali) ma ancora una volta i mezzucci e gli strilli da mercato delle vacche.

Rimedi? Solo a lungo termine, con quello strumento che della democrazia reale che si chiama referendum, per creare congiunzioni e annessioni territoriali più razionali. Ma attenzione: molti partiti politici locali sono contrari ai referendum, con argomentazioni speciose (dividono i cittadini) che nascondono altre realtà (la necessità di tenersi stretto il controllo elettorale di un territorio).

E’ successo anche dalle nostre parti: quando si è parlato di referendum, tutti a frenare, a obiettare, a distinguere, a traccheggiare. Poi si capisce perché arrivano i pennarelli…

Francesco Mattioli