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	<title>Corriere2000 &#187; L&#8217;Opinione</title>
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	<description>Quotidiano on line</description>
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		<title>I “padri puttanieri” di Grillo e le “troie” di Battiato…</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Mar 2013 01:34:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[11 Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Una legislatura che è la numero 17, iniziata il giorno delle Idi di marzo, non nasce sotto una buona stella e il primo dibattito parlamentare vero, martedì e mercoledì 26 e 27 marzo, pare confermarlo.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8812" title="camera_c2000" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/12/camera_c2000.jpg" alt="" width="300" height="130" />- Una legislatura che è la numero 17, iniziata il giorno delle Idi di marzo, non nasce sotto una buona stella e il primo dibattito parlamentare vero, martedì e mercoledì 26 e 27 marzo, pare confermarlo.</p>
<p>All’ordine del giorno la “<strong>vicenda dei due militari italiani sottoposti a procedimento giudiziario in India</strong>” con il dimissionario ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che si ridimissiona, dopo aver puntigliosamente raccontato un doppio cambio di strategia e ricordato il monito dei marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: ”<strong>siamo italiani, dimostriamolo</strong>”.</p>
<p>Meglio di così, nella due giorni a loro dedicata, camera e senato non potevano davvero fare per dimostrare chi siamo e viene in mente l’assioma sulla situazione “grave ma non seria” che usava Flaiano per descrivere le vicende pubbliche italiane.</p>
<p>Tanto più che le due sedute si sono poi concluse con riferimenti postribolari; martedì, denuncia del cantante assessore Battiato che aveva parlato di “troie” in parlamento;<strong>mercoledì, quella del comico leader politico Grillo che chiamava “padri puttanieri che chiagnono e fottono” Berlusconi, Bersani, D’Alema, Monti e pure Cicchitto.</strong></p>
<p>Indignazione generale per il primo, con dichiarazione di fuoco della presidente della camera che, però, quando l’onorevole Deborah Bergamini le chiede “analoga fermezza e prontezza nel difendere l’onorabilità del parlamento” dalle accuse di Grillo, dice: “La seduta è tolta e auguro a tutti voi buona Pasqua”.</p>
<p>Finali imprevisti, imprevedibili, ma inseribili in modo da far la loro figura in un dibattito iniziato con il divieto di “interventi a titolo personale” e deflagrato con il personale “rammarico” del ministro Terzi per un fatto altrettanto personale “la mia voce è rimasta inascoltata, il collega della difesa, Giampaolo Di Paola, a confermarlo: “<strong>le valutazioni di Terzi non sono quelle del governo” e sue ulteriori considerazioni personali, tanto che il parlamentare Massimo Corsaro domanda “Qual è la comunicazione, ministro</strong>?”</p>
<p>Lapo Pistelli, deputato dal 1996 e figlio di deputato, sillaba “pensavamo di aver visto tutto qui dentro; ci sbagliavamo. Non immaginavamo certamente questa specie di 8 settembre” e per Bruno Tabacci: ”Il parlamento balbetta. Non sta marciando nella direzione giusta. Da vecchio parlamentare, mi dispiace molto”.</p>
<p>E non solo a lui.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
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		<title>“Il mio modello? De Gasperi”</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/11/il-mio-modello-de-gasperi/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 01:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[bruno tabacci]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[primarie centrosinistra]]></category>
		<category><![CDATA[renzo trappolini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Stavolta debbo scrivere in prima persona, perché il direttore Carlo Galeotti, che conosce la mia vecchia e personale (ma la politica non c’entra) amicizia con Bruno Tabacci,  mi ha chiesto di spiegare, da democristiano a democristiano, la sua candidatura alle primarie del centrosinistra.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25234" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-25234" title="trappolinirenzo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2010/10/trappolinirenzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /><p class="wp-caption-text">Renzo Trappolini</p></div>
<p>- Stavolta debbo scrivere in prima persona, perché il direttore Carlo Galeotti, che conosce la mia vecchia e personale (ma la politica non c’entra) amicizia con Bruno Tabacci,  mi ha chiesto di spiegare, da democristiano a democristiano, la sua candidatura alle primarie del centrosinistra.</p>
<p><strong>Secondo me, l’ha fatto perché così la coalizione è davvero tale: non ci fosse lui, Pd e Sel, Bersani, Renzi e Puppato sono di sinistra e, se centrosinistra dev’essere, lo deve subito e non dopo, a elezioni vinte.</strong></p>
<p><strong></strong>Comunque con Bruno ho parlato.</p>
<p>“Sono e resto democristiano come te – dice Tabacci -. Di quelli che hanno ad esempio Alcide De Gasperi, il quale fondò un partito di centro che però guardava a sinistra. Mi sono candidato ora e a viso aperto, perché non è nella mia storia salire sul carro dei vincitori dopo che hanno vinto”.</p>
<p><strong>Lui, Bruno, è fatto così. Al suo paese, Quistello in provincia di Mantova, appena eletto nel consiglio di sezione che si riuniva nei locali della parrocchia, domandò se il parroco, per caso, fosse consigliere. “Finì in baruffa – mi ricorda sempre – ma le riunioni non si fecero più lì”.</strong></p>
<p>“Quel che ho imparato allora è il senso dello stato – continua -, delle regole civili da rispettare, dell’etica che è prima di tutto osservanza delle leggi e rifiuto di ogni furbizia. A cominciare da quella di chi non paga le tasse, un terzo dei soldi che si producono, della politica interna ed anche estera fatta di pacche sulle spalle, di cucù e di complicità per interesse personale, famigliare, di categoria”.</p>
<p>Nel poco tempo in cui all’inizio della Seconda repubblica è stato in coalizione con Berlusconi (mai nello stesso partito però), quando peraltro in tanti credevano che l’uomo di Arcore volesse realizzare la rivoluzione liberale e ammodernare il paese, lo stesso Berlusconi non lo sopportava e lo chiamava la sua “spina nel fianco”, mentre per Casini era “il solito grillo parlante”: e questo perché, di fatto, era l’unico nel centrodestra a votare apertamente contro le leggi ad personam.</p>
<p><strong>In quegli anni, lo provoco, hai avuto la soddisfazione di far tremare, all’inizio da solo, addirittura il sistema bancario e finanziario, che di lì a poco sarebbe stato scosso dagli scandali giudiziari dell’estate dei furbetti del quartierino.<br />
</strong>“Si è vero – dichiara -. A cominciare dal governatore della Banca d’Italia, fino ad allora intoccabile e nominato a vita. Grazie all’inchiesta della commissione Attività produttive della Camera che presiedevo, dicemmo a tutti che la carenza di controlli, le furbizie e gli inciuci di casta avevano fatto perdere tanti soldi ai piccoli risparmiatori che non erano stati messi in guardia dall’investire in Cirio, Parmalat e in tanti altri cattivi progetti. Il mandato del governatore dopo quelle battaglie non è più a vita e la Banca d’Italia,come le altre autorità di controllo dei mercati, è ora soggetta a regole più rigorose. Aprire quella strada ha significato aprire la via all’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Koch: un bene per il Paese”.</p>
<p>“Ecco – aggiunge – questo è impegnarsi per i cittadini ridando alla politica il ruolo di regolatore nell’interesse di tutti e non di pochi. Libertà per tutti, ma dentro le regole che lo stato per troppo tempo non ha dato. Per esempio si sono privatizzati la telefonia, le autostrade, l’Alitalia, le telecomunicazioni, si è aperto il mercato dell’energia, ma spesso si è solo fatto cassa vendendo a pochi amici privati che, acquistando per lo più a debito, sono diventati monopolisti al posto dello Stato ed hanno scaricato sui consumatori attraverso le tariffe i costi delle loro acquisizioni. Una vera concorrenza, che è l’unico mezzo per dare servizi migliori e a prezzi più bassi, non c’è stata”.</p>
<p><strong>In questo ti troverai d’accordo con Bersani che parla spesso delle lenzuolate di liberalizzazioni, che ha potuto fare solo in parte.</strong><br />
“Certamente – aggiunge -, perché bisogna che gli ospedali servano ai malati e non siano in funzione delle carriere dei medici e dei primari, le scuole servano agli studenti prima che ai professori, gli uffici ai cittadini e non ai burocrati che complicano le cose. Insomma, i servizi erogati dallo Stato non possono essere orientati al mantenimento delle caste: privilegi per pochi, a spese di tutti gli altri. E questo vale a maggior ragione a cominciare dalla politica. Che solo quando è seria, è una nobile arte indispensabile per realizzare il benessere di una comunità. Altrimenti è un mostro fuori controllo che genera solo altri mostri, come il populismo di Berlusconi e quello di Grillo: causa ed effetto dell’antipolitica che finiscono per dire le stesse cose, come invocare l’uscita dall’euro. E pensare che nemmeno i greci di fronte all’aut aut hanno scelto di tornare alla dracma e sono rimasti nella moneta unica”.</p>
<p><strong>Una serietà che è anche sobrietà, quella che si richiede ai politici. E così anche per te?<br />
</strong>“Tu lo dovresti sapere – prosegue -, perché mi conosci: sai ad esempio che al Comune di Milano faccio l’assessore al Bilancio senza percepire nessun compenso; sai che giro in taxi o con la mia ‘500, perché non ho e non voglio nessuna auto blu. Del resto mi hai visto anche arrivare in ‘500 alla festa dell’Api a Labro… Sai anche che sono stato un libero professionista ed ho avuto un certo successo, ma che da quando ho un incarico politico ho abbandonato la mia attività completamente. L’ho fatto sapendo che ci avrei rimesso sul piano economico (basta guardare le mie denunce dei redditi): ma quando si serve il Paese non si può fare altro.</p>
<p>E oggi il Paese va servito mettendo, caro Renzo, il tema del lavoro al primo posto in agenda. Nell’agenda di tutti, imprese e sindacati. Perché le rendite di posizione ed i privilegi senza buona politica verranno meno per tutti: in un mondo di sette miliardi di persone, noi italiani siamo appena 60 milioni e se non ci diamo da fare è chiaro che non potremo che scivolare sempre più indietro nelle classifiche del pianeta. Occorre insomma assicurare livelli di partenza uguali per tutti, dare solidarietà ai meno fortunati, ma poi, premiare i più bravi. Così si vince la sfida per il lavoro, che è una sfida globale appunto ed è una sfida a cui non è dato sottrarsi. Chi pensa di farlo soccombe”.</p>
<p><strong>Galeotti mi ha detto di chiederti ancora: a 66 anni ( siamo coetanei) non ti bastava l’impegno di parlamentare e di assessore al comune di Milano. Perché candidarsi alle primarie del centrosinistra?<br />
</strong>“Parto dall’impegno – dice -nella giunta del sindaco Pisapia a Milano: è stato lui, che è della Sinistra di Vendola, a chiamarmi, la sera della sua vittoria, dopo aver partecipato insieme a L’Infedele di Gad Lerner.</p>
<p>Ho accettato allora perché mi piacciono le sfide e perché capivo che a Milano si apriva una fase nuova della politica italiana. Andare oltre la foto di Vasto, l’alleanza cioè di Pd-Sel-Idv, che era il prodotto di una guerra per tifoserie tra antiberlusconiani e filocavaliere. Si trattava di dimostrare che si può fare, indipendentemente da tutto, buona politica facendo buona amministrazione, con approccio meno ideologico e più aperto. E lo si può fare mettendo insieme sinistra e centro. Ho visto in questi due anni che lo si può fare a Milano e sono profondamente convinto che lo si possa fare anche in Italia. Per questo mi sono candidato alle primarie del centrosinistra. Fossero state le primarie solo del Pd naturalmente non ci sarei stato. Sono primarie di coalizione e allora ho ritenuto indispensabile dare voce anche al centro del centrosinistra. Per puntare a modernizzare l’Italia con il tratto gentile ed attento ai deboli che è proprio di Pisapia, unito al rigore, alla competenza, all’attenzione al merito che ha portato Mario Monti”.</p>
<p><strong>Ma quanti voti ti aspetti?<br />
</strong>“Non ho apparati né eserciti da mobilitare – conclude -. C’è però un po’ di gente in giro per l’Italia che mi dice di apprezzare quel che faccio. E ho scelto uno slogan che secondo me dice già molto: “Italia Concreta”. E, concretamente quello che penso sia più importante è contribuire a far vincere la coalizione, portando il buon senso e la cultura di governo del centro, che dichiara prima del voto e non furbescamente dopo, con chi si vuole alleare, a collaborare con la sinistra responsabile. E, alla nostra età, ti pare poco?”</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
<div></div>
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		<title>Nessun scienziato si prenderà più responsabilità</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 00:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
		<category><![CDATA[opione del sociologo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto aquila]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>"Sono in totale e amichevole disaccordo con le riflessioni, pur certamente rispettabili, di Antonio Capaldi sulla condanna dei membri della commissione grandi rischi per il terremoto dell’Aquila". Così Francesco Mattioli.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- Sono in totale e amichevole disaccordo con le <a title="Attacco alla scienza? Inesistente" href="http://www.tusciaweb.eu/2012/11/attacco-alla-scienza-inesistente/" target="_blank">riflessioni, pur certamente rispettabili, di Antonio Capaldi</a> sulla condanna dei membri della commissione grandi rischi per il terremoto dell’Aquila.</p>
<p>Formalmente<strong> il giudice non ha “condannato” la scienza</strong>, certo, ma la conseguenza delle sue applicazioni, secondo una logica di causa-effetto che non sta in piedi: perché se una scienza non è in grado di fornire certezze, non è neppure in grado di fare previsioni, se non di massima.</p>
<p>A meno che, alla logica della prevenzione – che è scelta mirata – non si sostituisca il principio di precauzione, che interviene in termini assoluti. Mi spiego: nel caso dei terremoti, la prevenzione sta nel costruire edifici antisismici (prevenzione di lungo termine) oppure nel dormire in macchina durante il periodo critico (prevenzione di breve termine); ma quest’ultima scelta si lega a segnali incerti sul piano oggettivo e sul piano temporale, per cui resta fortemente aleatoria.</p>
<p>Il principio di precauzione invece è drastico: il pericolo va evitato, quindi semplicemente quel territorio a rischio sismico non va abitato. Il principio di precauzione, adottato a tutela della propria salute (non mangio funghi così non corro rischi), non può funzionare per i terremoti, per motivi storici, sociali ed economici, ma anche politici: l’esempio eclatante è il Vesuvio, dove si sa che in futuro vi sarà una eruzione virulenta che coinvolgerà 700.000 abitanti con le loro case (per lo più abusive, ma sanate); non potendo deportare da lì quella gente (principio di precauzione), la Protezione Civile ogni anno fa delle esercitazioni per smobilitare la popolazione in quarantottore (prevenzione). La precauzione ci salva ma è costosissima in termini pratici e sociali. La prevenzione gioca alla roulette: talvolta vince, talvolta perde, perché “ non è dato né il giorno, né l’ora”.</p>
<p><strong>Non è importante sapere se la commissione grandi rischi a L’Aquila è stata influenzata da Bertolaso; mi sa un po’ troppo di complottismo a buon mercato, ma anche fosse: qualsiasi cosa la Commissione avesse detto, poteva essere confermata o smentita. E attenzione: se la si mette in termini di conseguenze di una stima errata, la Commissione poteva anche andare incontro all’accusa opposta di procurato allarme, se avesse ecceduto nella prevenzione/ precauzione…</strong></p>
<p>Di conseguenza l’assurdo della sentenza dell’ineffabile giudice dell’Aquila è a priori, a prescindere dalle motivazioni: che si sia potuta sindacare quella che comunque era una “stima” fondata su dati incerti per natura; che si siano accusati soggetti che non potevano avere potere decisionale ma solo consultivo.</p>
<p>La commissione si è fatta influenzare da Bertolaso? Voleva far tacere il tecnico che prevedeva catastrofi senza supporto scientifico accreditato? Ma questi, che razza di reati sono? Perché se introduciamo suggestioni e sudditanze psicologiche, siamo sicuri che anche il giudice de L’Aquila non si sia fatto suggestionare, ad esempio dal desiderio di giustizia degli aquilani? Siamo sicuri che sul banco degli imputati non debbano esserci piuttosto altri? Costruttori sparagnini, amministratori compiacenti, ecc.?</p>
<p><strong>Probabilmente il vero problema è un altro: suddividere meglio le competenze, in modo che lo scienziato dica la sua, ma poi la responsabilità unica sia quella del soggetto istituzionalmente decisore.</strong></p>
<p>L’unico vero risultato della sentenza dell’Aquila è che oggi come oggi nessuno scienziato – e non solo in sismologia o in meteorologia – se la sentirà più di assumersi la responsabilità delle sue analisi delle sue previsioni per conto della cosa pubblica. Forse sarà la rivalsa contro certa sicumera scientista e certi deliri di onnipotenza della scienza del XX secolo; ma sarà anche la vittoria di Pirro, perché si sarà aperta anche la porta alle fattucchiere, agli indovini e a quelli che se ci azzeccano per caso, poi proclamano subito “L’avevo detto, io”.Mi sono chiesto se sulle pagine di un giornale on-line locale questa discussione potesse apparire troppo rarefatta. Non lo è, non solo per la portata ormai nazionale e internazionale dell’audience di Tusciaweb, ma soprattutto perché questi problemi potrebbero emergere anche da noi, ad esempio alla prossima nevicata…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>“Province, una schizofrenia amministrativa”</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/11/province-una-schizofrenia-amministrativa/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 00:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
		<category><![CDATA[opinione sociologo]]></category>
		<category><![CDATA[province]]></category>
		<category><![CDATA[schizofrenia amministrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“La Provincia, ente locale intermedio tra Comune e Regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo” (art.3, comma 3, T.U. 28 settembre 2000, n.267).</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- <strong>“La Provincia, ente locale intermedio tra Comune e Regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo” (art.3, comma 3, T.U. 28 settembre 2000, n.267).</strong></p>
<p>Sono tra coloro che ritengono il governo Monti come il male minore per l’Italia nell’attuale difficile congiuntura economica internazionale. Sono anche tra coloro che apprezzerebbero un’ulteriore presenza di Mario Monti al timone del governo dopo le elezioni politiche del 2013, seppur in un contesto legittimato sul piano propriamente politico.</p>
<p>Con tutto ciò,<strong> le scelte del governo Monti sulle province mi sembra che abbiano ben poco di “tecnico”, o meglio, di razionale</strong>.</p>
<p>Non c’è dubbio che molte province, figlie di un vecchio clientelismo territoriale diffuso da nord a sud, andassero tagliate, non solo per risparmiare denaro pubblico, ma soprattutto per contrastare certo municipalismo frammentario e clientelare.<strong> Ma c’era da farlo con criteri “tecnici” leggermente più meditati e argomentati di quelli puramente numerici adottati; un “tecnico” è qualcuno che applica un sapere, un sapere che proviene dalla sperimentazione, dalla verifica, insomma dalla scienza e quindi dalla ragione.</strong></p>
<p>Il taglio delle province invece non è avvenuto con il supporto della ragione, cioè del ragionamento, che ovviamente non usa il decespugliatore ma risolve caso per caso, seppur sulla base di criteri di riferimento.</p>
<p>Facciamo degli esempi banali.</p>
<p><strong>Come si è avuto modo di dire in passato, la programmazione territoriale non si fa con il pennarello e la squadra, ma con l’analisi storica, socioculturale ed economica. Quindi i tecnici hanno commesso un errore tecnico, perché non hanno usato gli strumenti corretti nell’operare.</strong></p>
<p>Ci sono regioni di due province, come l’Umbria, che si vedono ridotte ad una sola provincia, che però corrisponde anche alla Regione. Il risultato è una schizofrenìa amministrativa. Quindi i tecnici hanno commesso un secondo errore, perché hanno generato situazioni assurde.</p>
<p><strong>Ci sono province accorpate semplicemente per ragioni quantitative, pur avendo caratteristiche e problemi totalmente differenti. Viterbo e Rieti assieme è uno di questi casi; addirittura faticano ad avere una continuità territoriale.</strong></p>
<p>Qui i tecnici hanno commesso il terzo errore. Basta leggersi le disposizione legislative relative alle competenze delle province per rendersene conto; tali competenze sono sostanzialmente di natura programmatica e di coordinamento delle vocazioni territoriali; molte province – non tutte – sono state disegnate a suo tempo riunendo comuni e territori che condividevano vocazioni e caratteri comuni.</p>
<p>Se però si uniscono due province totalmente diverse fra loro, quali politiche di coordinamento territoriale restano possibili? Con quali difficoltà di sintesi e di accordo? Capisco che Pisa e Livorno possano condividere prospettive territoriali comuni, e che nel XXI secolo certe diatribe storiche d’origine medievale debbano essere rimosse; ma <strong>mettere assieme due territori diversi e lontani fra loro come Viterbo e Rieti, già a suo tempo riunite a forza e innaturalmente nel Lazio, non mi sembra un’opzione razionale.</strong></p>
<p>Credo che con sei mesi di tempo, incaricando una commissione di esperti – storici, statistici, sociologi, economisti – a cui fossero stati sottratti pennarelli e squadre, si sarebbe potuta raggiungere un drastica riduzione delle province, ma ridisegnando anche l’assetto territoriale e regionale secondo criteri di reale omogeneità e potenzialità programmatica. Si è invece lavorato in fretta, male, tanto per dare un segnale; i tecnici hanno lavorato da politici, anzi no: da demagoghi.</p>
<p>Tutto ciò è molto triste, perché <strong>la soluzione trovata è una classica soluzione raffazzonata, compromissoria, pasticciata. Insomma, la solita soluzione all’italiana, che non usa né gli strumenti della democrazia ( visto che cala dall’alto) né quelli della scienza (visto che non adotta criteri razionali) ma ancora una volta i mezzucci e gli strilli da mercato delle vacche.</strong></p>
<p>Rimedi? Solo a lungo termine, con quello strumento che della democrazia reale che si chiama referendum, per creare congiunzioni e annessioni territoriali più razionali. Ma attenzione: molti partiti politici locali sono contrari ai referendum, con argomentazioni speciose (dividono i cittadini) che nascondono altre realtà (la necessità di tenersi stretto il controllo elettorale di un territorio).</p>
<p>E’ successo anche dalle nostre parti: quando si è parlato di referendum, tutti a frenare, a obiettare, a distinguere, a traccheggiare. Poi si capisce perché arrivano i pennarelli…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Non ci sono più i vecchi di una volta…</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/04/non-ci-sono-piu-i-vecchi-di-una-volta/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 00:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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		<category><![CDATA[alfonso antoniozzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Curioso paese, l’Italia. I vecchi sembrano essere scomparsi dalla nostra vita, dalla vita di tutti i giorni.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text">Alfonso Antoniozzi</p></div>
<p>- Curioso paese, l’Italia.</p>
<p><strong>Se da un lato la vecchiaia sembra essere un requisito fondamentale e vincolante per entrare a far parte di una qualsiasi compagine governativa (dall’esecutivo al consiglio d’amministrazione), dall’altro i vecchi, termine sostituito dal più edulcorato “anziani” o dall’orrenda metafora “terza età”, sembrano essere scomparsi dalla nostra vita, dalla vita di tutti i giorni.</strong></p>
<p>Non è passato un millennio e nemmeno un secolo, ma solo una manciata di anni da quando si poteva uscir di casa e imbattersi in qualche simpatico quanto logorroico vecchietto che, presa come imperativo categorico la sua funzione di testimone dei tempi andati, non esitava a impegnare quarti d’ora sani del tuo tempo per raccontarti la storia della sua vita e della tua città, esperienza che ti lasciava stremato forse, ma annoiato mai.</p>
<p><strong>Sono scomparsi i vecchi dalle nostre piazze, svaniti dalla maggior parte delle famiglie e relegati negli ospizi </strong>(termine sostituito dalla più rassicurante metafora “casa di riposo”, in quell’ottica straordinariamente corretta dal punto di vista formale che chiama il falso in bilancio “contabilità creativa”), come se la vecchiaia, che dovrebbe essere termine ultimo della vita di tutti e mèta cui ambire, fosse diventata qualcosa di cui vergognarsi, una magagna inevitabile da occultare.</p>
<p><strong>Parrebbe, all’occhio di un osservatore esterno, che in vecchiaia non si abbiano che due scelte: governa o sparisci (ed eventualmente muori), e parrebbe anche che il governare sia una sorta di elisir di lunga vita, una garanzia di longevità, visto che in Italia siamo pieni di “grandi vecchi” che pare non abbiano alcuna intenzione di abbandonare poltrone tanto faticosamente conquistate.</strong></p>
<p>La storia, bellissima, del “Padrino” di Coppola che finisce i suoi giorni in campagna, a giocare col suo nipotino, completamente disinteressato di quanto era riuscito a creare sembra destinata a restare un sogno di celluloide: da noi i grandi vecchi muoiono seduti e ben eretti, in alcuni casi continuando a fare il bello e il cattivo tempo senza nemmeno prendersi la pena di restare dietro le quinte.</p>
<p>Si governa, dunque, o si sta all’ospizio. Di altre storie di vecchi non è dato sapere, tranne da quanto trapela da certe agenzie pubblicitarie che ci rivelano come la Sandrelli abbia risolto i suoi problemi con le ossa, la Carrà quelli col colesterolo e Banfi quelli d’udito.</p>
<p><strong>Ai vecchi, nella nostra società, non pare sia data l’opportunità di condurre una vita normale, al pari degli altri esseri umani, senza dover necessariamente esser ridotti a stereotipi che insegnano alla nuora pasticciona come non si sbaglia candeggio o dover assurgere al ruolo, non so quanto invidiabile, di “grande vecchio”.</strong></p>
<p>Ai vecchi non è dato innamorarsi. Le fiction televisive raramente narrano di storie d’amore nate in vecchiaia, e raramente se ne sente parlare nella vita di tutti i giorni. Ai vecchi non è dato “rifarsi una vita”. Per i vecchi è socialmente disdicevole avere una vita sessuale o innamorarsi, e figurarsi poi se si innamorano di qualcuno più giovane (a meno che il vecchio non sia un uomo, sempre galletto fino alla bara nell’immaginario collettivo: “daje nonno, spara l’urtimi corpi!”).</p>
<p>I vecchi, se li incontriamo per caso in strada, sono solo un intralcio: fastidiosi quanto le piattole quando ci mettono una vita ad attraversare la strada, nefasti come avventori del servizio postale perché rallentano le code, ostacoli sul nostro cammino quando arrancano faticosamente appoggiandosi al loro bastone.</p>
<p>Eppure, col passare del tempo, dentro si resta uguali. E’ solo il guscio che cambia, e in una società che dà talmente tanto rilievo al guscio da arrivare a preservarlo fino a farlo diventare in alcuni risibili casi un canotto di silicone, a paralizzare per sempre grazie al botulino sguardi una volta vivi, a ridurre quello che una volta era un dignitoso cranio a puntaspilli per esperimenti di trapianto pilifero, il guscio pare sia la cosa più importante.</p>
<p><strong>Ma chiunque si sia innamorato davvero almeno una volta nella vita, oppure abbia provato davvero a guardare per una volta oltre le apparenze, si è reso conto che il guscio non è altro, appunto, che un guscio destinato a sfaldarsi, mentre al suo interno tutto resta uguale.</strong></p>
<p>E noi, in nome del guscio e forse anche per esorcizzare la paura di invecchiare e quella di morire, ci rendiamo responsabili dell’allontanamento dalla società di migliaia di esseri umani, chiudiamo la nostra memoria viva e reale negli ospizi e ci costruiamo una memoria virtuale su internet, nell’attesa inevitabile di essere anche noi allontanati, raccogliendo quanto abbiamo seminato.</p>
<p>Non so perché io stia scrivendo questo alambicco, e non so neppure esattamente dove voglio andare a parare. Forse la ragione sta nel fatto che, come i miei capelli sempre più bianchi sono lì a testimoniare, sto lentamente diventando vecchio anch’io, e ci voglio arrivare con tutte le mie rughe e con tutti i segni del tempo che parleranno per me della vita che ho avuto la fortuna di vivere, in mezzo alla società e rompendo i coglioni fino alla fine.</p>
<p>Personalmente, non vedo l’ora.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quel Mieli mi sta antipatico…</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 00:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[sporco comunista]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Paolo Mieli mi sta sinceramente antipatico, essendo uno dei capi dell’establishment posti a direzione dell’orchestra delle opinioni che girano per il Paese.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4520" class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4520" title="de_nardo_valerio" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/de_nardo_valerio-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">Valerio De Nardo</p></div>
<p>- Paolo Mieli mi sta sinceramente antipatico, essendo uno dei capi dell’establishment posti a direzione dell’orchestra delle opinioni che girano per il Paese e, sicuramente, uno dei king maker del governo Monti, <strong>verso cui personalmente nutro ben pochi sentimenti positivi e molte diffidenze</strong>.</p>
<p>Antonio Gramsci riteneva necessario distinguere con nettezza tra “senso comune” e “buon senso”. E per spiegare tale distinzione ricorreva ad Alessandro Manzoni, il quale annotava che al tempo della peste “<strong>c’era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l’opinione volgare diffusa, perché il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune</strong>”.</p>
<p>Ecco: è proprio questo che venerdì pomeriggio,<strong><a title="“In tutti i paesi civili l’articolo 18 non c’è”" href="http://www.tusciaweb.eu/2012/03/in-tutti-i-paesi-civili-larticolo-18-non-ce/" target="_blank"> mentre ascoltavo Mieli rispondere alle domande del direttore Galeotti alla Scuola Edile</a></strong>, mi suscitava insofferenza: il voler far credere che senso comune e buon senso potessero sovrapporsi, così, tranquillamente, senza tenere conto delle differenze, dei conflitti, delle contraddizioni.<strong> Per una personalità cresciuta in Potere Operaio mi pare una non piccola amnesia rispetto alla propria formazione.</strong></p>
<p>Ma quel che mi interessa sottolineare è stato il moto di sincerità che in quella sede <strong>Mieli ha avuto nel rimarcare come la situazione reale sia ben peggiore di quella che i media descrivono. </strong>Ne ha dato una spiegazione ineccepibile: i media vendono pubblicità; la pubblicità ha bisogno di sano ottimismo (ne approfitto per porgere un deferente saluto al maestro Tonino Guerra, da poco scomparso); i media devono vendere ottimismo. <strong>E’ evidente che Mieli conosca tanto Aristotele quanto il marketing editoriale.</strong></p>
<p>Ma è altresì evidente che Mieli conosca la situazione reale, fatta di imprenditori che non vengono pagati, di lavoratori licenziati o in cassa integrazione guadagni, di giovani sempre più sfiduciati nella possibilità di trovare uno sbocco alla propria domanda di inserimento nella società.</p>
<p><strong>Non c’è più garanzia per nessuno.</strong> Non sarà la Grecia, ma finalmente i mezzi di informazione si sono accorti delle persone che si tolgono la vita piuttosto che perdere la dignità: hanno smesso di battere il tasto su scandali e piccole (insopportabili, intollerabili, insostenibili) microviolenze, per accorgersi del dramma economico e occupazionale che interessa ogni famiglia. <strong>La grande depressione è già qui ed è meglio rendersene conto, anche perché è proprio da qui che può ripartire la ripresa.</strong></p>
<p>Che non vuol dire cchiu Pil ppe’ tutti. Ma green economy, buona occupazione, nuovo welfare. <strong>L’Italia ce la può fare se alza la testa, se non ha paura del conflitto, se non abbassa la testa appena si alza l’andamento dello spread, se sull’articolo 18 ragiona con la testa invece che con la pancia</strong>.</p>
<p>Abbiamo appena chiuso le celebrazioni del 150esimo dell’unità d’Italia e vorrei sperare che, al di là dell’ubriacatura di retorica, che ha consentito al presidente della Repubblica di approfittare temporaneamente (e per fortuna) del suo ruolo, rimanesse il senso di una nazione che vuole camminare insieme. Perché da soli non si va da nessuna parte.</p>
<p><strong>Valerio De Nardo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Crisi, attenzione agli affari facili…</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/03/crisi-attenzione-agli-affari-facili%e2%80%a6/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 00:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La decisione della Corte di cassazione di annullare la sentenza di condanna inflitta dalla Corte d’appello di Palermo a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa rimanda alla oggettiva difficoltà di tracciare con gli strumenti della giustizia una linea netta che divida la società in cattivi (i mafiosi) e in buoni (gli antimafia).</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4520" class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4520" title="de_nardo_valerio" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/de_nardo_valerio-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">Valerio De Nardo</p></div>
<p>- La decisione della Corte di cassazione di annullare la sentenza di condanna inflitta dalla Corte d’appello di Palermo a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa rimanda alla oggettiva difficoltà di tracciare con gli strumenti della giustizia una linea netta che divida la società in cattivi (i mafiosi) e in buoni (gli antimafia).</p>
<p><strong>Quando Ciancimino investiva i soldi suoi e di qualche altro affiliato di Cosa Nostra negli affari immobiliari milanesi degli anni ’70 era un rispettabile e rispettato esponente della Dc siciliana, non c’è che dire.</strong></p>
<p>Ma è proprio qui, su queste incerte linee di confine, lungo le quali la magistratura rischia di non poter pronunciare sentenze che rendano giustizia fino in fondo (tanto nel senso della colpevolezza quanto di quello dell’assoluzione), che serve la buona politica, quella capace e intelligente, ossia forte in grado di discernere.</p>
<p><strong>Passeggiando per le vie del centro di Viterbo è impressionante vedere crescere così in fretta il numero degli esercizi commerciali chiusi. Parlando con qualche imprenditore in difficoltà nella sua attività di vendita, ci si rende conto di quanto anche il momento del preannunciato aumento dell’Iva suoni come la scadenza per lasciare, tanto più di fronte ad un credito bancario concesso con sempre più difficoltà.</strong></p>
<p>Tra imprese e fornitori i tempi di pagamento si dilatano a dismisura, tanto che qualcuno dice il fantasma del 1929, quello del credit crunch, sia già tra noi, nei fatti. La sequela di suicidi tra chi perde il lavoro e tra gli imprenditori che non arrivano a rispettare le scadenze e non ce la fanno più a sostenere la situazione, ricorda drammaticamente la vicenda della “grande depressione”.</p>
<p>E’ in questi momenti che la buona politica deve fare molta attenzione, rizzare le antenne, guardare il chi, il come e il dove si cercano di concludere gli affari. E’ in questi momenti che, purtroppo, pecunia non olet ancor di più e il reinvestimento di capitali non sempre molto puliti può risultare più semplice.</p>
<p><strong>E’ in questi momenti che si deve saper guardare oltre il proprio naso, ritenendo, ad esempio, che preservare il territorio e l’ambiente sia essenziale per creare in prospettiva buona e duratura occupazione, oppure che si debba resistere a chi, facendo balenare la prospettiva di qualche decina di posti di lavoro per qualche anno, vuol costruire nuove case, mentre già tante rimangono invendute.</strong></p>
<p>In questo momento realizzare nuove grandi cubature, interi quartieri a Viterbo, servirebbe solamente alla valorizzazione fondiaria ed alla patrimonializzazione delle aziende, ossia a un profitto privato, anche se in cambio vi fosse una qualche (poi sempre piccola) opera pubblica da portare a termine. È necessario saper guardare con attenzione ai pesi sul piatto della bilancia del futuro del proprio territorio e, a volte, sapere dire no.</p>
<p><strong>Valerio De Nardo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E le risse in Vaticano diventano pubbliche</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/03/e-le-risse-in-vaticano-diventano-pubbliche/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 23:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[candido democristiano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Negli ultimi giorni, dopo la pubblicazione della lettera di monsignor Viganò al Papa sul modo di amministrare la Città del Vaticano e dell’appunto sul complotto per ucciderlo, ecco arrivare ai giornali la copia di altre due lettere eminenti.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25234" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-25234" title="trappolinirenzo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2010/10/trappolinirenzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /><p class="wp-caption-text">Renzo Trappolini</p></div>
<p>- Negli ultimi giorni, dopo la pubblicazione della lettera di monsignor Viganò al Papa sul modo di amministrare la Città del Vaticano e dell’appunto sul complotto per ucciderlo, ecco arrivare ai giornali la copia di altre due lettere eminenti.</p>
<p>La prima è del segretario di Stato Bertone, il numero due della Chiesa, che, a nome del numero Uno, i<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/il-carteggio-riservato/194263/" target="_blank">ntima al collega Tettamanzi di lasciare la presidenza dell’istituto Toniolo</a>,<strong>la testa finanziaria e progettuale dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli di Roma.</strong></p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/il-carteggio-riservato-2/194264/" target="_blank">La seconda è del dimissionato Tettamanzi ed è diretta al Papa</a> per sapere se davvero Bertone ha scritto a suo nome e per respingere sia l’intimazione che le contestazioni, <strong>aggiungendovi valutazioni non certo da incorniciare sul predecessore Emilio Colombo, senatore a vita e sul successore designato, Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte costituzionale</strong>.</p>
<p>Il tutto con contorno di documenti finanziari in tv e profezie sul futuro vaticano di Ettore Gotti Tedeschi, sotto la cui guida lo Ior , l’istituto finanziario della santa sede, sta sposando la trasparenza operativa, e forse proprio per questo.</p>
<p>Dieci anni fa, al tempo dei pamphlets a più mani di monsignori nascosti dallo pseudonimo “I Millenari” (Via col vento e Fumo di Satana in Vaticano), di cose da far scandalo se ne scrissero tante, ma con rispetto, se così può dirsi, narrando senza far nomi di Eminenze “mongolfiera… grande involucro gonfio d’aria”, o “regale” per assonanza col cognome o “sanitaria” per il monopolio nel settore, oppure “smodata” per l’ambizione.</p>
<p>Ma anche di “eminenza teutonica”, cioè Ratzinger, per I Millenari “ indubbiamente colto e tutto sommato integerrimo”, descritto mentre intima il silenzio ai vescovi intemperanti del Sinodo <strong>perché “ il mondo non ha sete di conoscere i nostri problemi, ma il messaggio”.</strong></p>
<p>Ora che è diventato Benedetto XVI, sotto le sue finestre, invece del silenzio c’è la rissa e anche un <strong>Anonymus che manda in black out il sito dove il Vaticano potrebbe dare spiegazioni a tutti.</strong></p>
<p>Anche del perché i documenti riservati prendono la strada dei giornali e non quella impervia dell’archivio segreto, come d’uso da secoli.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Bric, i marò e le debolezze dell’Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 23:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Bric è una sigla che da diversi anni ormai ha assunto un ruolo chiave per comprendere molti fenomeni internazionali, dalle dinamiche socioeconomiche a quelle politiche. Sono le iniziali di Brasile, Russia, India e Cina, i paesi economicamente emergenti, per molto tempo esclusi dal circolo più esclusivo delle economie altamente industrializzate.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- Bric è una sigla che da diversi anni ormai ha assunto un ruolo chiave per comprendere molti fenomeni internazionali, dalle dinamiche socioeconomiche a quelle politiche. Sono le iniziali di <strong>Brasile, Russia, India e Cina</strong>, i paesi economicamente emergenti, per molto tempo esclusi dal circolo più esclusivo delle economie altamente industrializzate.</p>
<p><strong>Il Bric spiega gli incidenti a cui è andata incontro l’Italia in questi ultimi anni. </strong>E non solo l’Italia: il traffico di prodotti contraffatti e pericolosi che si trascina dalla Cina al nostro paese è condiviso e subìto anche da altre nazioni occidentali;<strong> il taglieggiamento sotterraneo che la Russia mette in atto grazie ai suoi gasdotti riguarda l’Italia ma anche altri paesi industrializzati.</strong></p>
<p>Cina e Russia del resto sono ancora in preda alla sindrome della tigre imperialista, e segnatamente americana, e questo li induce persino a tollerare i massacri di Assad e la corsa agli armamenti dell’Iran.</p>
<p>Ma Cina e Russia sono anche due mercati emergenti, dove l’industria europea e americana – si pensi a quella automobilistica, ormai asfittica in occidente – può fare buoni affari.<strong> Questo giustifica l’atteggiamento morbido che i paesi industrializzati dell’occidente mantengono nei loro confronti, anche a proposito di tragedie come quella della Siria.</strong></p>
<p>Diverso il caso di Brasile e India. Gli schiaffoni di questi due paesi Bric di recente sono andati dritti dritti all’Italia.</p>
<p>Il Brasile di Lula, facendosi beffe del diritto internazionale e cogliendo una ben squallida occasione per esaltarsi della propria indipendenza dal capitalismo occidentale, ha permesso che un criminale mascherato da perseguitato politico, come Cesare Battisti, andasse libero.<strong> Il Brasile è il principale mercato della Fiat e l’interscambio economico con l’Italia è in crescita.</strong></p>
<p>A ben vedere, in questa faccenda l’Italia non ha fatto la voce grossa: certo, si è affidata ai migliori esperti del diritto, confidando che queste faccende si risolvessero con le leggi internazionali e i gentlemen’s agreements fra stati.<strong> La verità è che l’Italia non aveva nessun elemento per negoziare sul piano economico e politico: è il Brasile che è nel Bric, non l’Italia, noi siano in recessione, loro crescono al ritmo del cinque per cento l’anno.</strong></p>
<p><strong>L’India</strong>. Allo stato attuale non siamo sicuri se i marò italiani della petroliera Lexie abbiano ucciso per sbaglio quei poveri pescatori indiani – forse è anche vero – ma un fatto è certo: che, in spregio delle regole vigenti in materia di acque internazionali, l’India si è arrogata il diritto di arrestare i due militari, trattando peraltro con grande supponenza i diplomatici del nostro paese.</p>
<p><strong>Forti di un diritto internazionale a cui evidentemente crediamo solo noi (e gli indiani ce lo hanno fatto capire), ci siamo consegnati alle autorità dell’India sicuri delle nostre ragioni. </strong>Ancora una volta abbiamo riposto le nostre certezze nel diritto. Il che ci fa onore, ma viene il dubbio che non avremmo potuto fare diversamente, perché l’India è un mercato privilegiato, verso i quale non possiamo chiudere le porte. Anche qui, la verità è che l’India è nel Bric, noi siamo in recessione e loro crescono del 7,5 per cento.</p>
<p><strong>Che fare, allora, con i Bric? </strong>Temo che purtroppo sarebbe necessario incominciare ad avere una fiducia condizionata nel diritto internazionale, cioè a rendersi conto che invocarlo nei confronti di certi paesi può essere ozioso. Va tenuto presente che lo schieramento etico del mondo è tutt’altro che compatto; molti paesi orientali hanno sottoscritto una nuova dichiarazione sui diritti dell’uomo, quella di Bangkok, <strong>che va in controtendenza con quella del 1948, che ritengono troppo ispirata ai valori occidentali.</strong></p>
<p><strong> </strong>Tra l’altro nella dichiarazione di Bangkok si sottolinea che la libertà dell’individuo può essere sacrificato all’interesse collettivo, giustificando così i regimi dittatoriali, politici e teocratici, di molti paesi orientali e mediorientali.</p>
<p><strong>In secondo luogo, non potendo competere economicamente con i Bric, è meglio evitare di mettersi nelle loro mani (come ha fatto la Lexie) perché, almeno noi italiani, non abbiamo una vera forza di scambio.</strong></p>
<p>Terzo, se proprio si vuol fare un discorso di principio, da gentiluomini, allora è bene andare fino in fondo, rispondendo con provvedimenti diplomatici “forti”, anche se puramente formali, che costituiscano un segnale inequivocabile della propria fermezza.</p>
<p>Nell’affare Cermis, gli Stati Uniti, di cui pure siamo alleati privilegiati e partner economici, senza tante discussioni si sono portati via il loro militare, se lo sono giudicato per conto loro e se lo sono praticamente assolto. Una offesa alla giustizia, certo<strong>; ma anche un ceffone alla nostra sovranità nazionale che noi, da inveterati e servili levantini, siamo sempre disposti a sacrificare pur di arraffare qualche moneta.</strong></p>
<p>La dignità, l’autorevolezza e la credibilità di un paese, a livello internazionale, non si fonda esclusivamente sulla sua potenza economica, sulla sua solvibilità finanziaria e sulla rettitudine giuridica, ma anche sulla capacità di non venire a patti con chi ne offende la dignità e si fa beffe delle sue ragioni. In questo, Francia e Regno Unito – altrettanto in difficoltà quanto noi con i paesi Bric – hanno qualcosa da insegnarci.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Al di là delle mimose…</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 00:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mimose 8 marzo]]></category>
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		<category><![CDATA[sporco comunista]]></category>
		<category><![CDATA[valerio de nardo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nell’arco di poche ore, alla vigilia della ricorrenza dell’8 marzo, le notizie di violenze sulle donne, di omicidi, di atti di ferocia contro vita e dignità femminile si accavallano nella confusione della cronaca di ogni giorno. Pare quasi che di tale ricorrenza sia in atto una macabra celebrazione.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4520" class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4520" title="de_nardo_valerio" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/de_nardo_valerio-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">Valerio De Nardo</p></div>
<p>- Al di là delle mimose&#8230;</p>
<p>Nell’arco di poche ore, alla vigilia della ricorrenza dell’8 marzo, le notizie di violenze sulle donne, di omicidi, di atti di ferocia contro vita e dignità femminile si accavallano nella confusione della cronaca di ogni giorno. Pare quasi che di tale ricorrenza sia in atto una macabra celebrazione.</p>
<p><strong>Questa festa della donna, che risulta ormai così rituale tra mimose e cerimonie ufficiali, piegata anch’essa ai richiami del marketing, rischia di trasformarsi in un elemento di stanchezza nella percezione sociale, piuttosto che rimanere un richiamo alle responsabilità individuali e sociali.</strong></p>
<p>Anche per questo credo sia necessario prestare una qualche attenzione in più a quello che accade, a fatti che testimoniano come nel silenzio diffuso delle case o nel clamore episodico dei riflettori e delle telecamere, continuino a consumarsi crimini che non sono contro l’onore, contro la famiglia, contro il buon costume. Sono crimini contro persone, contro il corpo delle donne, che rimane ancor oggi un oggetto che molti credono o sono indotti a credere sia a propria disposizione.</p>
<p><strong>Nel turbine della crisi economica e occupazionale, nella spirale della crisi etica che avvolge i nostri giorni è fin troppo facile che a pagare siano chiamate le persone più deboli e indifese, le donne in primo luogo, poiché su di loro ricade il peso maggiore di una società sempre più accartocciata su sé stessa. Madri, mogli, figlie, che spesso sono ricacciate nella condizione usuale alle donne di decenni fa: ad esempio, le prime a perdere il lavoro, le ultime a trovarlo.</strong></p>
<p>Non è con l’anelito alla bontà dei maschi che si risolvono le questioni che stanno sul tappeto. Bensì con una operazione culturale che agisca sui valori di fondo del costume sociale, col riconoscimento che competere, sopraffare, opprimere, violentare, oltre che un agire stupido è anche un agire inefficiente e inefficace.</p>
<p>Nella scala dell’evoluzione abbiamo bisogno che al maschio alfa ed alla femmina che cerca di competere con lui possano sostituirsi uomini e donne beta, gamma, delta, preoccupati/e più che altro di fare un buon lavoro, di garantire pari opportunità, di far crescere una società sobria e solidale.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Valerio De Nardo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Così è nata la sanità del… pronto soccorso</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 00:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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		<category><![CDATA[sanità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La situazione della sanità ha una madre, anzi una nonna, quella di tutte le leggi che, quasi ad ogni cambiar di governo, sono state fatte per aggiustare i danni di quelle abrogate.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25234" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-25234" title="trappolinirenzo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2010/10/trappolinirenzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /><p class="wp-caption-text">Renzo Trappolini</p></div>
<p>- La situazione della sanità ha una madre, anzi una nonna, quella di tutte le leggi che, <strong>quasi ad ogni cambiar di governo, sono state fatte per aggiustare i danni di quelle abrogate.</strong></p>
<p>E’ la riforma del 1978, nata dalla non del tutto naturale (allora) congiunzione della Dc col Pci nel letto a una piazza del monocolore democristiano denominato di “unità nazionale”.</p>
<p><strong>Furono cancellate le mutue (che funzionavano) e rottamati i medici condotti</strong>, quelli che tutto e tutti curavano e a ogni ora.</p>
<p>Si diceva, infatti, che la salute doveva essere “curata” prima di perderla, prima cioè di correre al pronto soccorso.<strong> In sostanza, con le guardie mediche, i medici di base e gli specialisti sul territorio. Per gli ospedali, un futuro di alta specializzazione e soggiorni meglio che in albergo.</strong> Per lo stato e i cittadini, sanità democratica gestita e vigilata dai politici con l’obiettivo dell’efficienza: prevenire per curare meglio, spendendo meno.</p>
<p><strong>Si credeva molto in questa riforma (come in altre, per esempio il trasporto pubblico al posto di Garbini) e se ne andavano a spiegare le ragioni in comizi e assemblee.</strong></p>
<p>Una domenica mattina, a Orte, in una gremita sala Proba Falconia, quando si aprì il dibattito, un signore distinto pacatamente raccontò: ”<strong>Sono il medico condotto di Ore Scalo.</strong> Ieri sera, sabato, alle 19,30 sono andato a trovare una signora che avevo già visitato nel pomeriggio perché sembrava dovesse partorire da un momento all’altro. <strong>Il parto, però, non era maturo e, dopo cena, son tornato da lei, come pure, stamattina, domenica, appena alzato. Ci sono rimasto fino a quando è nato un bel bambino</strong>”.</p>
<p>Rivolto, poi, al tavolo dei relatori, il dottor Orlandi (questo il nome de medico condotto, ancora nel cuore dei concittadini) avvertì: ” Quando ci sarà questa riforma di cui parlate e chiameranno il medico alle 19,30, mezz’ora prima, cioè, di essere sostituito dalla guardia medica, naturale che la chiamata passerà a questa e il giorno dopo, prima che il nuovo medico della domenica intervenga, passeranno un po’ d’ore<strong>. Alla signora non resterà che correre al pronto soccorso dell’ospedale, dove, però, troverà tanti altri che avrebbero potuto essere assistiti a casa propria”</strong>.</p>
<p>Difficile dimenticare questo apologo così profetico di fronte alla situazione dei pronto soccorsi oggi, allo spreco di moneta non curante (ma talora coadiuvante la politica) e leggendo che nel Lazio quasi il 70 per cento di chi va al pronto soccorso viene rimandato a casa. <strong>Quelli che per la riforma del ‘78 non avrebbero mai dovuto aspettare in barella nei corridoi dell’ospedale</strong>.</p>
<p>La generazione dei politici e sindacalisti di quegli anni tutto poteva immaginare fuorché, per garantire la salute, il democratico servizio sanitario fosse affidato ai manager ( tagliatori di teste e fondi, apolitici ma amici dei partiti che li indicano) e che, addirittura, per Roma si dovesse far ricorso a medici e attrezzature dell’esercito.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La prescrizione non salva solo Berlusconi</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2012/02/la-prescrizione-non-salva-solo-berlusconi/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 00:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giornalisti sicuramente molto più autorevoli del sottoscritto hanno commentato ieri la sentenza del tribunale di Milano sul processo Mills, terminato in gloria per prescrizione.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><img class="size-medium wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- Giornalisti sicuramente molto più autorevoli del sottoscritto hanno commentato ieri la sentenza del tribunale di Milano sul processo Mills, <strong>terminato in gloria per prescrizione</strong>.</p>
<p>Io pertanto, non voglio sovrappormi a chi è sicuramente più preparato di me – semplice cronista di campagna – nell’affrontare certi argomenti,<strong>ma fare un modesto ragionamento da cittadino comune</strong>, partendo da quei principi sacrosanti che sono scritti nella nostra Costituzione (ad esempio, la legge è uguale per tutti) <strong>per arrivare a quei canoni di correttezza e di onestà che sin da piccolo mi ha insegnato mio padre</strong>.</p>
<p><strong>Ebbene, io credo che in uno Stato civile chi commette un reato debba essere punito.</strong>Naturalmente dopo un giusto processo, dove i giudici abbiano modo di valutare le ragioni dell’accusa e della difesa. Tale ovvietà, a mio avviso, vale ancor di più quando si tratta di pubblici amministratori, <strong>ovverosia di persone che i cittadini hanno scelto per governare il bene collettivo</strong>.</p>
<p>E questo dovrebbe valere sia per chi sta al Governo nazionale, sia in quelli regionali, provinciali e comunali. <strong>Perché chi si propone come uomo pubblico ha sicuramente qualche dovere di trasparenza in più rispetto alla gente comune.</strong></p>
<p>Nella speranza che su questo concetto siamo tutti d’accordo (almeno credo), ecco che la sentenza di prescrizione per Berlusconi è – comunque la si pensi –<strong>una sconfitta dello Stato civile e una sconfitta per tutta la comunità</strong>, che non saprà mai se l’ex premier si sia macchiato o meno di un reato gravissimo come quello della corruzione.</p>
<p>E lo è ancor più se si analizzano i fatti alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, <strong>nel corso dei quali il Parlamento ha approvato leggi che accorciavano la prescrizione, ma che consentivano comunque di allungare i processi</strong>.</p>
<p>I fans berlusconiani saranno subito pronti nel dire che queste motivazioni sono tipiche dei nemici dell’ex premier, che volevano la sua fine per via giudiziaria, essendo impotenti su quella del consenso. Attenzione però, perché il ragionamento è molto più complesso.</p>
<p><strong>La prescrizione, così come è concepita oggi, ha sicuramente due effetti deleteri</strong>. <strong>Il primo</strong>, che comunque avvantaggia chi è accusato di aver commesso un qualsiasi reato a danno di chi ne è rimasto vittima. <strong>Il secondo</strong>, che genera una giustizia a due velocità, <strong>divisa tra chi può permettersi di pagare bravi avvocati</strong> (molti dei quali sono maestri nel trovare tutti gli escamotage possibili e immaginabili per tirare il processo per le lunghe)<strong> e chi no.</strong></p>
<p><strong> </strong>Sicché alla fine rischia maggiormente di andare in galera chi magari ha rubato una confezione di bistecche al supermercato (per non parlare di quei poveri derelitti accusati del reato di clandestinità),<strong> che colui che ha commesso reati come pubblico amministratore.</strong></p>
<p>Del resto, se uno è scettico su queste considerazioni, può trovare la controprova su quanto avviene nel resto d’Europa: in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, il principio della prescrizione cessa nel momento in cui comincia il processo penale. <strong>A quel punto l’imputato è sicuro che ci sarà una sentenza e potrà solo difendersi nel processo, come dettano le regole.</strong></p>
<p>E allora, lasciamo stare per un attimo Berlusconi e puntiamo l’attenzione su Viterbo, dove sono in corso vari procedimenti che riguardano reati contro la pubblica amministrazione: <strong>il processo sulle mense, quello sul Cev e l’inchiesta sulla Asl (per la quale si deve ancora decidere il rinvio a giudizio)</strong>. Tutti casi in cui sono coinvolti pubblici amministratori viterbesi, ma che rischiano appunto di finire nel nulla (almeno i primi due) per la prescrizione. Ebbene, vi sembra da Paese civile non sapere mai se quelle persone – che oggi sono soltanto indagate – siano colpevoli o innocenti?</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sanremo e l’altro Santo…</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 00:17:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Poco resterà della polemica tra cristiani a Sanremo, dove, per la verità storica, Celentano ha un po’ esagerato accomunando Giuda, che ha pagato senza poter spendere i trenta denari, e chi fa affari in nome del Signore e se li gode.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25234" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-25234" title="trappolinirenzo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2010/10/trappolinirenzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /><p class="wp-caption-text">Renzo Trappolini</p></div>
<p>- Poco resterà della polemica tra cristiani a Sanremo, dove, per la verità storica, Celentano ha un po’ esagerato accomunando Giuda, che ha pagato senza poter spendere i trenta denari, <strong>e chi fa affari in nome del Signore e se li gode.</strong></p>
<p>Fatti loro, si potrebbe dire, se però la Rai avesse previsto (o gli altri avessero chiesto) la replica di qualche vescovone, come dice Bossi, o, almeno di qualcuno di Avvenire o Famiglia Cristiana.</p>
<p>Applausi, comunque, all’uomo di spettacolo e… di marketing;<strong>staremo a vedere se il dibattito proseguirà nelle sedi giuste.</strong></p>
<p>Luogo e momento giusti, ad ogni modo, non erano il teatro Ariston e le antenne del festival per raccontare al mondo, con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MXpSArpoJ-4" target="_blank">La Cumbia di chi cambia</a> che, a venti anni da Mani Pulite: “<strong>i funzionari dello stato italiano/ si fanno prendere spesso la mano/ inizian bene e finiscono male/ capita spesso che li trovi a rubare/ e fanno cose che stan bene solo a loro/ abbandonano ogni tipo di decoro…</strong>”.</p>
<p>Ecco, questo non è accettabile; non si può fare di tutt’un’erba un fascio. <strong>I cristiani – e Celentano lo è – sanno, perché è scritto nel Vangelo, che tra il grano cresce anche il loglio che è una pianta cattiva</strong>. Ma nei campi sono molte di più le spighe, come nello stato i “funzionari” onesti sono certamente più degli altri.</p>
<p>La corruzione, al pari del loglio, non è pianta eliminabile, ma limitarne la crescita, questo sì che si può fare ed è compito dello stato e dei suoi rappresentanti se solo dessero al primato della politica – da loro vantato – <strong>il significato di impegno a guardare all’interesse generale e non alla protezione di privilegi, clientele, corporazioni, rendite da regolazioni in danno della concorrenza – e dei consumatori – da evasione fiscale. Insomma dei furbi</strong>.</p>
<p>La cumbia avrebbe potuto raccontare in mondovisione che l’ Italia sta, invece, cambiando (e niente, per i politici, sarà come prima del governo dei tecnici).</p>
<p>E che gli italiani ce la stanno mettendo tutta, se Merkel e Sarkozy, solo ieri irridenti, fanno oggi le “preriunioni” degli organismi europei con Monti e se Obama punta sull’Italia per smussare gli egoismi nazionali tedeschi, francesi ed inglesi, passo importante verso il superamento della crisi.</p>
<p><strong>Celentano ha perso una buona occasione per cantare quest’Italia.</strong> Peccato!</p>
<p><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Con Monti è finita l’era del circo Barnum</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 05:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ma sì, ammettiamolo. Siamo proprio uno strano Paese. Un Paese dove tutti chiedono il meglio, ma dove nessuno è disposto a cedere un centimetro delle proprie posizioni acquisite per migliorare il bene collettivo.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><img class="size-medium wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- Ma sì, ammettiamolo. Siamo proprio uno strano Paese. Un Paese dove tutti chiedono il meglio, <strong>ma dove nessuno è disposto a cedere un centimetro delle proprie posizioni acquisite per migliorare il bene collettivo.</strong></p>
<p><strong> </strong>Un Paese dove impera il motto guicciardiniano del “particulare”, anche se ciò va a danno del resto della comunità.</p>
<p><strong>Partiamo dal decreto “Cresci Italia” appena varato dal governo Monti.</strong> Sicuramente incompleto, sicuramente non esaustivo, ma rivoluzionario. Perché tenta di liberare il Paese da una serie di vincoli che favoriscono alcuni a danno di altri.</p>
<p><strong>E che succede? Che chi si sente colpito annuncia la lotta dura senza paura in difesa dei propri diritti, che ritiene calpestati.</strong>Sicché ecco che tassisti, benzinai, farmacisti, avvocati (e chi altro?) si trasformano improvvisamente in ultrà, pronti a vendere cara la propria pelle.</p>
<p><strong>Senza considerare la più elementare delle riflessioni da fare in questo momento. </strong>E cioè che l’Italia è sull’orlo del baratro e che, se precipita, a rimetterci saranno tutti. Ma proprio tutti.</p>
<p>Non bisogna certo essere esperti di sociologia per comprendere come questa cultura, tutta tipicamente indigena, sia ormai consolidata nel dna dell’homo italicus.<strong> Il quale pensa che ancora sia possibile fare soprattutto il proprio interesse anche a danno degli altri.</strong></p>
<p><strong></strong>Del resto, basta entrare in un bar e ascoltare i discorsi che si fanno in questi giorni per avere un’idea abbastanza precisa di come ragionano i più: <strong>tutti si lamentano per i sacrifici da fare (ovviamente quelli che li colpiscono personalmente sono in primo piano) e nessuno ragiona sul futuro di questo Paese e soprattutto sui giovani </strong>(ma tutta questa gente non ce l’ha i figli?), che si trovano in una situazione veramente disastrosa.</p>
<p><strong>Certo, alla formazione di questo tipo di cultura, deleteria per qualsiasi comunità, ha contribuito molto in questi anni la politica.</strong> Anzi, i politici. Che hanno pensato a tirare a campare, solo e sempre alla ricerca ossessiva del consenso, senza però avere (o voler vedere) un quadro oggettivo delle situazione che si andava delineando e prendere le adeguate contromisure in tempo utile.</p>
<p><strong>Il governo Monti, tra i tanti meriti, ha soprattutto quello di averci riportato alla realtà</strong>. A farci vedere un’Italia dove i ristoranti sono pieni, gli aerei e gli alberghi pure; ma dove sono aumentati a dismisura disoccupati e cassintegrati, perché le aziende non ce la fanno e sono costrette a chiudere.<strong> Un Paese a due velocità, dove c’è sicuramente chi sta a pancia piena, ma c’è anche chi muore di fame.</strong></p>
<p>Un particolare: non vi sembra curioso che di fronte a queste riforme che liberalizzano le professioni, i mal di pancia maggiori siano proprio nel Pdl? Ma Berlusconi non era quello del libero mercato e dello Stato leggero e non invasivo?<strong> E allora perché oggi sembra accettare con pochissimo entusiasmo quel che Monti propone?</strong></p>
<p><strong></strong>Ve lo dico io: perché quei provvedimenti vanno a colpire soprattutto il suo elettorato e il consenso – ci risiamo, signora mia – è sempre più importante di tutto il resto. A questo punto meglio la Lega che, dimentica di essere stata al governo negli ultimi otto anni, oggi tenta di rifarsi una verginità con un’opposizione dura e pura (<strong>tranne quando si tratta di salvare dal carcere qualche amico di vecchia data. Leggi: Cosentino</strong>).</p>
<p>La mia speranza di italiano è che Mario Monti vada avanti e ce la faccia, anche se ce la sta facendo pagare a caro prezzo (ma c’era un’alternativa?). Certo è che con il professore l’Italia ha ricostruito in breve tempo una sua immagine nel Paese e all’Estero, dopo il circo Barnum degli ultimi anni. <strong>Un’immagine totalmente diversa dalla precedente, che definire clownesca è pleonastico</strong>.</p>
<p>Mi è capitato di vedere il premier in alcune trasmissioni televisive (da Fabio Fazio, su Raitre, e da Lilli Gruber, su La7) e ho apprezzato molto, intanto il fatto che si sia sottoposto a domande vere e senza alcuna rete di protezione; poi il contenuto delle sue risposte, che mi hanno fatto giungere a una semplice conclusione: Mario Monti è una persona seria.</p>
<p>In tutto questo c’è un unico cruccio: <strong>Monti presidente del consiglio è stato il frutto di un’operazione (intelligente quanto volete) ideata e portata a termine dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano</strong>. Il suo predecessore invece, purtroppo lo avevano scelto gli italiani.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Primarie e masochismo…</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 00:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>- Il Pd, per evitare errori dei suoi organi e anche dei suoi iscritti quando si scelgono i candidati, ha inventato similelezioni generali chiamate “primarie”.</p>
<p>Una novità per l’Italia, come ancora nuovo è il partito &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25234" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><img class="size-medium wp-image-25234" title="trappolinirenzo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2010/10/trappolinirenzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /><p class="wp-caption-text">Renzo Trappolini</p></div>
<p>- Il Pd, per evitare errori dei suoi organi e anche dei suoi iscritti quando si scelgono i candidati, ha inventato similelezioni generali chiamate “primarie”.</p>
<p>Una novità per l’Italia, come ancora nuovo è il partito del quale Cossiga diceva di non capire bene cosa fosse, tanto da scrivere a Massimo d’Alema: “<strong>Non vi dico di fare un partito comunista, ma fatelo almeno un po’ socialista, senza aver paura che i cattolici lascino. E’ solo una questione di posti, conosco bene i miei polli…</strong>”.</p>
<p>Così, il picconatore nel 2009 e, l’anno dopo, il segretario – Pier Luigi Bersani l’emiliano – avvertiva i suoi “ragassi: le primarie possono inibire rapporti più larghi e portare elementi di dissociazione dentro il Pd. <strong>Insomma non fanno bene a nessuno</strong>”.</p>
<p>Nell’assemblea di venerdì, perciò, la proposta di inserire nel regolamento del partito il ricorso alle primarie per i parlamentari è stata accantonata, anche se, ove non si cambiasse la legge elettorale, ha detto Bersani, bisognerebbe darle “per scontate”.</p>
<p>Segretario di buona memoria, di buon senso e comunque privo di tendenze masochistiche, non dimentica, infatti, che il Pd, nelle primarie di coalizione, è stato sconfitto in Puglia da Vendola – qualche tempo dopo a fianco di don Verzè, l’amico di Berlusconi – e, a Milano, da Pisapia, sostenuto dalla finanza e dall’industria lombarda. Né le storiacce di brogli fra i suoi in Campania.  Ed è consapevole di possibili incursioni degli avversari – se non su richiesta vigliacca di qualcuno dei concorrenti – d’iniziativa, per agevolare, con truppe cammellate di votanti, candidati meno “forti” o di altri partiti della sinistra. (<strong>E’ vero che qualcosa del genere sta avvenendo anche dalle nostre parti? In similelezioni del genere, i voti, da ovunque vengano, profumano sempre. Come i soldi).</strong></p>
<p>Se, per G.B. Shaw “<strong>le elezioni possono essere un’atrocità sgradevole come un campo di battaglia</strong>” e don Sturzo metteva in guardia da sistemi elettorali che potessero dar corpo a “espressioni di maggioranze locali fittizie, irose e pettegole nelle quali si incanaglisce la piccola vita paesana”, al professor Sartori preoccupa “<strong>il rischio che le primarie estremizzino la scelta dei candidati”</strong>.</p>
<p>Dicono, comunque, che prevarrà lo “spirito di partito”, quello che, già nell’Inghilterra del ‘700 veniva definito “ follia di molti per il vantaggio di pochi”. Anche allora, della casta?</p>
<p><strong>Renzo Trappolini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lione, San Bonaventura e il vecchio Marx</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 01:16:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sono stato a Lione per dieci giorni nella seconda metà di dicembre non per vacanza, ma per seri motivi familiari. Lione, terza città francese per abitanti e seconda per estensione territoriale, è vivibile, ordinata, pulita, con strade prive di buche e ben asfaltate, con un sistema di trasporti pubblici che funziona alla perfezione.</p>
<p>&#160;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_7283" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><img class="size-medium wp-image-7283" title="massolo_oreste" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/11/massolo_oreste-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /><p class="wp-caption-text">Oreste Massolo</p></div>
<p>- Sono stato a Lione per dieci giorni nella seconda metà di dicembre non per vacanza, ma per seri motivi familiari.</p>
<p>Lione, terza città francese per abitanti e seconda per estensione territoriale, è vivibile, ordinata, pulita, con strade prive di buche e ben asfaltate, con un sistema di trasporti pubblici che funziona alla perfezione.</p>
<p>Viene da domandare:”Come mai quello che altrove è normale, da noi è un miraggio o un sogno che svanisce con il sorgere dell’alba? Qual è il male oscuro che colpisce gran parte del nostro Paese?”</p>
<p>Camminando per la parte antica della città mi sono imbattuto in “rue de Pazzi”. Grande la mia sorpresa e la mia curiosità. Ho scoperto, allora, che nel Quattrocento, soprattutto mercanti milanesi e fiorentini, in particolare i Pazzi, lì esuli dopo la congiura, avevano avviato e diffuso la tessitura della lana, contribuendo così a far diventare Lione un centro mercantile e finanziario tra i più importanti di Francia.</p>
<p>Ho anche sostato davanti alla chiesa di “Saint Bonaventure”. Ho appreso che vi è sepolto San Bonaventura da Bagnoregio, morto a Lione, a 53 anni, nel 1274 durante i lavori del II Concilio, convocato da Papa Gregorio X, nel quale si cercò di ristabilire l’unità tra cristiani e ortodossi. Singolare quanto, in seguito, è accaduto alla salma del “doctor seraphicus”. Nel 1490, durante la ”ricognizione” del corpo,v enne estratto il braccio destro, portato l’anno dopo, a Bognoregio e il ”sacro braccio” ora si trova nella cattedrale di San Nicola.</p>
<p>Non finiscono qui i riferimenti al nostro paese.</p>
<p>Renzo Piano, architetto di fama mondiale, ha progettato, nel 1996, il centro congressi “Citè internationale”, quasi una mini-città che si estende lungo il fiume, appena dietro il Parco la Tete d’or e nel 2006 vi ha costruito l’anfiteatro, il più importante impianto congressuale d’Europa.</p>
<p>Non potevo leggere giornali italiani perché alloggiavo in una zona lontana dal centro e non si trovavano nelle edicole quotidiani stranieri; compravo allora “Le Monde”, il più autorevole giornale francese. In dieci giorni è stato pubblicato un solo articolo riguardante l’Italia. Si parlava, ironicamente, della lotta intrapresa dall’onorevole Isabella Rauti, moglie del sindaco di Roma, Alemanno, contro le gomme americane gettate per strada o appiccicate nei luoghi più disparati! Neppure un accenno alla “manovra” Monti, approvata dal Parlamento. Una dimostrazione dell’”alta” considerazione che i francesi hanno ora verso di noi.</p>
<p>Altro fatto sorprendente: Le Monde, presentato con un corsivo dal titolo “la crise europèenne rèveille le spectre de Karl Marx” pubblica, separatamente, un fascicolo (7,90 euro): ”Marx l’irréductible” e si domanda “cosa può ancora dirci oggi?”ed esclama :”Marx n’est pas mort!”.</p>
<p>In Italia, per quanto ne so, sul pensatore di Treviri ha scritto un articolo il grecista Luciano Canfora sul Corsera; vi ha fatto un cenno Giuliano Amato in una intervista (Capitalismo in crisi. Dovranno salvarlo le sinistre europee) rilasciata all’Unità: ”…forse tornare a Marx è troppo, ma fermarsi agli ammortizzatori sociali è troppo poco”. E ne ha parlato più a lungo Bruno Gravagnuolo, sempre</p>
<p>sull’Unità che, tra l’altro, così si esprime: ”Marx nel Capitale scrive che la finanza distrugge e volatilizza l’accumulazione capitalistica. Che a sua volta ha bisogno della finanza, vi si mescola, per poi scaricare il tutto sullo Stato e ripartire, dopo aver asservito e impoverito la società”. E’, dunque, la perenne “distruzione-creativa” di cui parlava Schumpeter (seguendo Marx). Ed è difficile non essere d’accordo. Oggi, credo, nessuno pensa più “all’esproprio degli espropriatori”, ma che sia possibile una società dove il numero delle persone che ne governano le sorti non sia nell’ordine di mille o al massimo diecimila, questo a me pare auspicabile. Il capitalismo non è l’approdo ultimo dell’organizzazione sociale. E Marx può essere ancora d’aiuto.</p>
<p>Lo sottolineava Sir John Hicks, premio Nobel per l’economia quando ha affermato:”La maggior parte di coloro che desiderano far quadrare bene un percorso storico generale useranno le categorie marxiste o qualche versione modificata di esse, dal momento che le versioni alternative offrono ben poco”.</p>
<p><strong>Oreste Massolo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Super Mario distratto sui milioni di euro a Mediaset?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 01:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>I moti dell’animo nascono improvvisi, generano emozioni prima che la razionalità ne spieghi i motivi, e quindi gli effetti spesso si producono malgrado ogni contraria giustificazione logica.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_33319" class="wp-caption alignleft" style="width: 237px"><img class="size-medium wp-image-33319" title="Mario Monti" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2011/11/Mario-Monti-3-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /><p class="wp-caption-text">Mario Monti</p></div>
<p>- <strong>I moti dell’animo nascono improvvisi, generano emozioni prima che la razionalità ne spieghi i motivi, e quindi gli effetti spesso si producono malgrado ogni contraria giustificazione logica.</strong></p>
<p>Così è stato per Super Mario in compagnia di Bruno Vespa. E’ bastato vederli insieme per sentire che nulla di importante era cambiato, e comunque che non era ancora il caso di attendersi chissà quale cambiamento. Il contesto, come diceva un monsignore, è davvero importante.</p>
<p>A prescindere dagli effetti psicologici e pubblicitari, quella iniziativa comunque è stata del tutto errata, ha esposto Super Mario a rischi eccessivi, contro ogni pur lodevole intenzione di comunicare. Perciò, consiglio l’immediata cacciata dallo staff di colui che ha avuto la bella idea.</p>
<p><strong>Altrettanto sconsiderata e clamorosa è apparsa l’iniziativa del ministro Passera che ha nominato rappresentante personale in Afghanistan il suo predecessore Romani, finora noto solo come specialista della pubblicità in tv e come puntuale difensore dell’impero televisivo padronale.</strong></p>
<p>Forse non sono gravissimi, ma sono pur sempre errori fastidiosi che incidono sull’immagine del nuovo governo e sulla sua credibilità.</p>
<p>Un altro errore urticante è il non aver immediatamente stoppato la pubblicità istituzionale della presidenza e dei ministeri, centrata con tono buonista e accattivante sui buoni sentimenti. L’ultima campagna in atto è patrocinata dalle Agenzie delle entrate contro gli evasori fiscali, definiti “parassiti”.</p>
<p>Sembra tutto giusto e vero, se non fosse che ogni campagna istituzionale è un vero e proprio Bancomat per Mediaset (Pubblitalia).</p>
<p><strong>Ogni passaggio in televisione, infatti, per la Rai, trattandosi di servizio pubblico, vuol dire sottrazione gratuita di spazio pubblicitario, per Mediaset <a href="http://www.lettera43.it/economia/media/29643/il-biscione-all-ingrasso.htm" target="_blank">pagamento a tariffa</a>. <a href="http://www.lettera43.it/economia/media/29643/il-biscione-all-ingrasso.htm" target="_blank">Con questo giochino sono stati pagati finora milioni di euro alla emittente privata</a>.</strong></p>
<p>Pensate al governo precedente ed al dirigente del servizio presso la Presidenza del consiglio, quando decideva una qualsiasi campagna pubblicitaria. Da morire dal ridere, per loro.</p>
<p>Infatti, il presidente della Rai Masi proveniva proprio da quella dirigenza prima di ricevere il prestigioso incarico.</p>
<p>Intervenga subito Super Mario e affidi i provvedimenti del governo alla serietà e all’efficacia delle misure adottate. La pubblicità non sempre è progresso.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Severo Bruno</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bisogna smetterla di maledire gli amministratori…</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 00:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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		<category><![CDATA[sociologo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Resto convinto che una graduatoria di qualità della vita valutata da un anno all’altro non sia in grado di stabilire i destini di una provincia; che significa perdere o guadagnare una dozzina di posti in graduatoria nel giro di dodici mesi?</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco.jpg" alt="" width="230" height="355" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- <strong>Resto convinto che una graduatoria di qualità della vita valutata da un anno all’altro non sia in grado di stabilire i destini di una provincia</strong>; che significa perdere o guadagnare una dozzina di posti in graduatoria nel giro di dodici mesi? Sembra di confrontare le classifiche del campionato di calcio: ma a differenza delle squadre che possono perdere rapidamente i migliori campioni, venduti infortunati o scoppiati – si pensi all’Inter – e quindi precipitare dalla zona Champion alla zona retrocessione, i territori, le città, le strategie di miglioramento dei servizi, delle infrastrutture, della produttività hanno bisogno di tempi più lunghi, spesso corrispondenti ad una legislatura amministrativa, per poter esprimere un vero miglioramento o una reale recessione.</p>
<p><strong>Così, molti addetti ai lavori storcono il naso di fronte alle<a title="Nella Tuscia si vive sempre peggio" href="http://www.tusciaweb.eu/?p=29391" target="_blank">classifiche annuali del Sole 24 Ore </a>o di Legambiente, che possono generare discussioni politiche, polemiche, commenti estemporanei, ma che difficilmente illustrano una effettiva realtà socioeconomica in termini scientificamente corretti. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di certe serissime obiezioni, ma posso assicurare che in campo scientifico gli sforzi del Sole 24 Ore, ancorché affidati a specialisti, non sono del tutto apprezzati.</strong></p>
<p>Detto questo, non c’è dubbio che Viterbo si trovi comunque in una posizione di costante rincalzo in queste classifiche, con pochissime eccellenze e numerose criticità; anzi, da qualche tempo anche dal punto di vista della sicurezza, che la letteratura scientifica più avanzata considera uno dei requisiti più importanti della qualità della vita e che era uno dei fiori all’occhiello del capoluogo, le cose non vanno bene.</p>
<p>Mi sono chiesto, allora, perché incontro molti neoviterbesi che, fuggendo le nebbie del nord, lo smog delle metropoli o la criminalità quotidiana di certo mezzogiorno, asseriscono di apprezzare Viterbo perché è una città tranquilla, a misura d’uomo, bella e vivibile. Vero che tanti giovani fuggono dalla città, ma va considerato che certe fughe costituiscono quasi un rituale generazionale, tant’é che ho conosciuto io stesso diversi ragazzi senesi (e Siena è ottava in graduatoria…), grossetani e ternani che dichiarano di sentirsi chiusi e soffocati a vivere nelle loro ridenti cittadine.</p>
<p><strong>C’è un dato che la stampa non ha preso adeguatamente in considerazione: tra le classifiche fornite dal Sole 24 Ore c’è anche, e se non sbaglio per la prima volta, un graduatoria della felicità, costruita su una domanda posta ai cittadini-campione: “Personalmente, lei è felice?”.</strong></p>
<p>Ebbene, in questa speciale classifica, Viterbo è addirittura al decimo posto (Bologna, prima per qualità della vita è al 57° posto, Siena al 32°) e Palermo – udite udite – al primo…. Non è un dato sorprendente; il premio Nobel Amartya Sen ha spiegato che qualità della vita in termini socioeconomici e strutturali, e felicità in termini di stato psicologico personale, non sono sovrapponibili. La qualità della vita si valuta su indicatori apparentemente oggettivi scelti secondo quello che si “deve” intendere oggi per forme di convivenza eccellenti.</p>
<p>La felicità invece è uno stato di appagamento, si collega a un livello di aspirazione saturato, è sentirsi soddisfatti di certi piccoli vantaggi, di certe quotidiane sicurezze, di solidi legami affettivi, di tradizioni. Cinque anni fa tre ricercatori dell’Università di Tor Vergata scoprirono che erano più felici i nigeriani che i tedeschi e spiegavano l’apparente paradosso con il fatto che il nigeriano sapeva di non poter avere di più, e se abitava in città già si sentiva privilegiato rispetto a chi viveva nell’inferno della campagna, mentre il tedesco, completamente assorbito dalla corsa ai consumi, alla ricerca di nuove identità e orizzonti nella postmodernità avanzata, si sentiva continuamente inappagato e teso a raggiungere sempre nuovi obiettivi.</p>
<p><strong>Questo meccanismo di relativizzazione dei punti di riferimento cognitivo può spiegare perché i forestieri che hanno deciso di vivere a Viterbo si sentono felici di abitarvi, e perché al contrario molti viterbesi doc si sentano in un gallinaio. E magari anche perché, alla fin fine, pur di fronte a tante critiche – piove, governo ladro – la classe politica locale resta sempre la stessa.</strong></p>
<p>Quali le conclusioni? Smetterla di piangersi addosso, di limitarsi a maledire gli amministratori (d’ogni colore, tenuto conto che sui carboni ardenti non c’è solo Viterbo ma tutti la provincia) senza prendersi anche le proprie responsabilità; fare un salto di qualità nel gestire la cosa pubblica, ma anche nell’individuare le forme eccellenti del vissuto quotidiano; guardare oltre l’orizzonte e vedere che cosa succede più in là; scrollarsi di dosso il provincialismo che attanaglia questa città da almeno sette secoli; volare alto insomma.</p>
<p>Un esempio banale: tra gli indicatori di qualità della vita c’è anche l’igiene pubblica. E’ giusto bacchettare gli amministratori se non offrono un servizio adeguato; ma mettiamoci anche la mano sulla coscienza, quando rovesciamo la nostra immondizia fuori dei cassonetti e creiamo discariche a cielo aperto avanzando le scuse più puerili.</p>
<p><strong>La civiltà reclamiamola negli altri, ma pratichiamola anche noi.</strong></p>
<p>Sono certo che in poco tempo scaleremmo le incerte classifiche del Sole 24 Ore e forse, andremmo persino in Coppa Uefa.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il vero problema è che non si vergognano…</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 23:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il vero problema è che non si vergognano. Che non provano nessun senso del pudore di fronte a chi li ha votati.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo.jpg" alt="" width="230" height="335" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- <strong>Il vero problema è che non si vergognano. Che non provano nessun senso del pudore di fronte a chi li ha votati.</strong></p>
<p>Ma – rovescio della medaglia – il problema è anche che il cittadino elettore, distratto da problemi sicuramente più assillanti, lascia correre e di quello che accade nel Palazzo se ne cura poco o nulla, vittima anche di una santa rassegnazione (“tanto sono tutti uguali”).</p>
<p><strong>Certo è che quello che è accaduto mercoledì scorso a palazzo Gentili è degno del miglior Comencini, il quale – se fosse ancora in vita – avrebbe sicuramente potuto ricavarci una bellissima commedia all’italiana in grado di fare incassi record al botteghino.</strong></p>
<p>Ma tant’è. Piero Camilli, presidente del consiglio provinciale dimessosi a giugno, è dovuto risalire obtorto collo su quello scranno che aveva abbandonato, lanciando un quanto mai opportuno grido di dolore per far capire che le cose non andavano.</p>
<p><strong>Poi, vista l’incapacità e l’inettitudine di un Pdl non in grado di eleggere un suo successore, ha dovuto rivestire il ruolo di salvatore della patria, anche se – come lui stesso ha detto – ha tante altre cose da fare (e, visto l’uomo, c’è da credergli).</strong></p>
<p>E c’è pure da ringraziare l’Udc che – con la mossa a sorpresa (ma non troppo) della candidatura Bigiotti, appoggiata dall’opposizione – ha messo il Pdl con le spalle al muro. Altrimenti saremmo andati a finire alle calende greche.</p>
<p><strong>Ma loro non si vergognano. Come – tanto per non farci mancare nulla – non s’è vergognato nei mesi scorsi il Pd quando non è riuscito a eleggere un proprio rappresentate a presidente di Talete (la società pubblica che gestisce il servizio idrico della Tuscia), nonostante ci fosse l’accordo con gli altri partiti.</strong></p>
<p>E allora: come si fa a fuggire dal qualunquismo? Come si fa ad avere fiducia in persone che lottano allo spasimo per una poltrona (qualunque essa sia) e che invece sono state messe lì per risolvere i problemi dei cittadini? Chi ce l’ha dia una risposta, perché trovarla è quanto mai complicato.</p>
<p><strong>Del resto, Viterbo sembra essere lo specchio dell’Italia, dove la classe politica che riempie il Parlamento (maggioranza e opposizione) è stata protagonista di un fallimento totale.</strong></p>
<p>Pensate: per riacquistare un minimo di credibilità sul piano nazionale, ma soprattutto su quello internazionale, ci si è dovuti rivolgere a un signore completamente estraneo alla politica, che aveva anche lui altre cose da fare, e che ha accettato un compito difficile come quello di presidente del consiglio, sicuramente per spirito di servizio.</p>
<p><strong>Qualcuno dice che questo governo sia una sospensione della democrazia. E forse non ha tutti i torti, se non altro per il fatto che non è il frutto di una elezione democratica, bensì di un compromesso al ribasso che tutte le forze politiche (meno la Lega Nord, ma solo per interessi di bottega) hanno dovuto accettare, mettendo a nudo tutta la loro incapacità a gestire la situazione contingente.</strong></p>
<p>Mi viene però in mente un altro detto popolare e molto significativo: ogni popolo ha il governo che si merita. E noi, sia quello nazionale che quelli locali, ce li siamo meritati ampiamente. Ergo, se questi signori fanno e disfanno anche a dispetto del ridicolo, è anche un po’ colpa nostra. Finché non riusciremo a uscire da quell’atavico torpore che sembra averci avvolto completamente.</p>
<p><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La Regione dei monogruppi, “E io pago!”</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ben venga (si fa per dire) il ritorno dell’Ici sulla prima casa. Ben vengano le riforme sul lavoro e sulle pensioni. Ben venga l’ulteriore aumento dell’Iva.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo.jpg" alt="" width="230" height="335" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- <strong>Ben venga (si fa per dire) il ritorno dell’Ici sulla prima casa. Ben vengano le riforme sul lavoro e sulle pensioni. Ben venga l’ulteriore aumento dell’Iva. Insomma, ben vengano i sacrifici da giorni sbandierati dal neo governo di SuperMario Monti se questi serviranno, come tutti sperano, a salvare l’Italia dal baratro.</strong></p>
<p>E soprattutto a garantire un futuro meno oscuro ai giovani, vere vittime di una generazione che per troppi anni ha vissuto al di sopra delle sue possibilità.</p>
<p>Ben venga tutto ciò, dunque. Ma attenzione. Senza voler scimmiottare editorialisti senza dubbio molto più autorevoli del sottoscritto, i quali affermano che è la casta (quella dei politici) che deve dare il buon esempio per prima, vorrei sottoporre all’attenzione dei miei dieci lettori un fatto che riguarda casa nostra, ovverosia la Regione Lazio, visto che l’argomento ha avuto poco rilievo sulla stampa nazionale.</p>
<p><strong>Ebbene, alla Pisana – per chi non lo sapesse – esistono otto monogruppi, ovverosia gruppi consiliari composti da un solo consigliere.</strong></p>
<p>Tre di questi (Giuseppe Celli, Lista civica dei cittadini; Angelo Bonelli, Verdi e Luciano Romanzi, Parito socialista italiano) sono arrivati in consiglio regionale con liste presentate alle elezioni, mentre gli altri cinque (Mario Mei, Api, eletto nelle liste del Pd, Francesco Pasquali, Fli, ex Pdl, Antonio Paris, gruppo misto, Olimpia Tarzia, gruppo “Per”, Rocco Pascucci, Mpa, tutti eletti con la lista Polverini) hanno deciso di cambiare casacca in corso d’opera e si sono costituiti un bel gruppo ad personam..</p>
<p><strong>Ora, cari cittadini cui lo Stato sta per chiedere sacrifici, dovete sapere che un gruppo consiliare dà diritto a vari benefit, fra cui una indennità aggiuntiva di circa 900 euro al mese, un ufficio, tre collaboratori e un addetto stampa.</strong></p>
<p>Anche se il gruppo è composto da una sola persona. Secondo i calcoli di Giuseppe Rossodivita, consigliere della lista Bonino-Pannella, gli otto monogruppi costano alle casse regionali oltre 12 milioni di euro in cinque anni.</p>
<p><strong>Un costo che si va ad aggiungere al già lauto stipendio di cui i consiglieri regionali godono (circa 15 mila euro al mese, netti naturalmente), uno dei più cospicui nelle regioni italiane. Talché – e sicuramente non è un caso – i cittadini del Lazio sono quelli che devono sborsare l’addizionale regionale Irpef più alta di tutto lo Stivale (1,70 per cento, insieme a Calabria, Campania e Molise).</strong></p>
<p>Proprio in questi giorni in Regione si sta discutendo sull’abolizione dei <strong><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=170323&amp;sez=HOME_ROMA" target="_blank">monogruppi esistenti attualmente, dopo l’approvazione di una norma che li cancella</a></strong>, ma le resistenze sono fortissime. Fate un pronostico: come finirà? Ve lo dico io, alla Totò: “E io pago!”.</p>
<p><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Voglio mori’ democristiano…</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Moriremo democristiani? Sembra proprio di sì. E forse è pure meglio.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo.jpg" alt="" width="230" height="335" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- Moriremo democristiani? Sembra proprio di sì. E forse è pure meglio.</p>
<p>E se lo dice uno che in gioventù pensava che bisognasse cambiare radicalmente un Paese dove imperava il clientelismo, in nome di una maggiore e più proficua giustizia sociale, che tenesse conto soprattutto dei più deboli, <strong>non è che il mondo si sia rivoltato. O forse sì. Certo è che, se la coerenza è la virtù degli imbecilli, ognuno di noi ha il dovere di guardarsi intorno e di analizzare a fondo quello che è accaduto nell’ultimo ventennio: una vera e propria rivoluzione</strong>.</p>
<p>Economica, innanzi tutto. Dettata dalla globalizzazione, che ha stravolto completamente tutte le leggi del mercato, e con la quale oggi ancora ci si confronta a fatica. Perché, se un jeans cinese costa 5 euro e uno italiano ne costa 50, c’è poco da fare. Chi produce il secondo è destinato a chiudere bottega.</p>
<p><strong>Culturale, in secondo luogo. Dettata dal passaggio dal proporzionale al maggioritario nella politica. Ricordate i primi anni ’90. Tutti pensavano (anzi, pensavamo) che la fine degli “inciuci” avrebbe dato all’Italia quella marcia in più che le avrebbe consentito di decollare e di volare. Invece è successo l’esatto contrario. Per vari motivi.</strong></p>
<p>Il primo è sicuramente di natura genetica. Noi siamo neolatini e non anglosassoni. Quindi, facciamo fatica a considerare il nostro antagonista un non nemico, come fanno in Inghilterra o negli Usa. Per noi l’avversario politico è l’uomo da abbattere, non colui con cui mettere in piedi un confronto di idee attraverso il quale arrivare a soluzioni utili per la collettività. Basta ripercorrere il film di questi ultimi vent’anni per rendersene conto.</p>
<p>Il secondo è che siamo il Paese delle lobby, anzi delle corporazioni. Bisogna cambiare? Siamo tutti d’accordo. Ma cambia tu, che a me viene da ridere. Nel senso che tutti i cambiamenti vanno bene quando riguardano gli altri e non noi stessi. Altrimenti è subito rivolta.</p>
<p>Il terzo è che, finita l’epoca delle ideologie (forse da rimpiangere) s’è creato un gran minestrone dove la politica è diventata non sinonimo di ideali, ma di convenienze, generando una classe politica modesta, incapace, ma soprattutto inaffidabile (ricordate il nuovo che avanza? Oggi fa venire i brividi).</p>
<p>A tale proposito è illuminante l’intervista a Giuliano Urbani (uno dei fondatori di Forza Italia) pubblicata nei giorni scorsi dal Messaggero. Sentite cosa dice: “<strong>Sono venute fuori le corporazioni, e le corporazioni hanno messo ostacoli di tutti i generi. Pensi agli imprenditori. Ho cercato personalmente di candidarli nei collegi uninominali del Mattarellum e mi sono sentito rispondere: non affannarti troppo, basta Berlusconi: se vince lui lo fa per tutti, se perde è lui solo a farlo. Un ragionamento all’insegna del cinismo e della pavidità più incredibili”. E ancora: “La classe politica locale è stata di una mediocrità pazzesca. Non ha selezionato i migliori, sono scappati tutti ed è rimasta una strana fauna fatta di affarismo e di clientele”.</strong></p>
<p>In questo contesta s’è inserito Silvio Berlusconi e il berlusconismo. Che è riuscito (bravissimo a farlo) a incarnare l’uomo dei sogni. Ma, osannato da mezza Italia, ha commesso un errore strategico fondamentale, che i vecchi democristiani (cito un solo nome: Aldo Moro) non avrebbero mai fatto. Quello di demonizzare – e non di tentare di coinvolgere – l’altra mezza Italia, quella che non aveva votato per lui. Eppure ha avuto tantissime occasioni per farlo. Aiutato in questi anni da un centrosinistra che s’è sempre dimostrato incapace di proporre un’alternativa di governo accettabile.</p>
<p>Invece, ha preferito sempre mostrare i muscoli (facendo sempre inviperire chi stava dall’altra parte) creandosi costantemente nemici da combattere (la sinistra, la magistratura, la stampa, l’Europa e via dicendo) utili per restare in sella. Tralasciando così di metter mano a quella rivoluzione liberare sbandierata a più non posso nel corso delle varie campagne elettorali.</p>
<p>Gli è andata bene finché il Paese ha avuto la pancia piena o quasi. Ma quando è arrivata la crisi ha dovuto alzare bandiera bianca, perché a quel punto quel suo modo di governare non funzionava più.</p>
<p><strong>E adesso? SuperMario Monti può essere l’àncora di salvezza? Sì, a patto che si cambi subito mentalità. Abbandonando lo scontro e tornando al confronto. </strong>Tralasciando gli interessi di parte e mettendo in primo piano quelli di tutti. Insomma, per salvarci, dobbiamo morire democristiani.</p>
<p><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Alleanze, i dilemmi del Pd</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 23:22:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La discussione sulle alleanze del Pd diventa ovviamente centrale in vista di una scadenza elettorale sempre più ravvicinata.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4520" class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4520" title="de_nardo_valerio" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/de_nardo_valerio-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">Valerio De Nardo</p></div>
<p>- <strong>La discussione sulle alleanze del Pd diventa ovviamente centrale in vista di una scadenza elettorale sempre più ravvicinata.</strong></p>
<p>In tal senso la consultazione regionale in Molise ha fornito alcune indicazioni, ma non si possono certamente trascurare altri elementi che pure sono ben chiari in campo.</p>
<p><strong>In primo luogo vorrei ricordare che l’analisi dei risultati politici non si fa con l’algebra, ma certo essa può aiutare.</strong></p>
<p>Perché dunque dire che il centrosinistra ha perso in Molise per colpa dei “grillini”? Il vosto disgiunto, a mio parere segnala piuttosto che una buona parte degli elettori ha voluto manifestare liberamente il proprio dissenso verso una candidatura troppo spostata a destra, quella di Frattura (nomen omen?), se pure individuata attraverso il percorso delle primarie.</p>
<p><strong>L’algebra ci dice che, anche in queste condizioni, in una regione tendenzialmente di destra, la coalizione di centrosinistra perde di poco contro un’alleanza con dentro l’Udc. Dunque emerge un elemento che, se pure segna una sconfitta elettorale, indica però l’esistenza della forza intrinseca di una proposta politica omogenea.</strong></p>
<p>Ma l’elemento di fondo su cui riflettere è che Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini sono dichiaratamente impegnati a costruire una nuova forza politica chiaramente collocata sul versante del centrodestra. Lo hanno nettamente ribadito proprio in questi giorni nella convention del terzo polo tenutasi a Lecce.</p>
<p>Dunque appare evidente che l’alleanza che il Pd può stringere con l’Udc deve necessariamente avere un carattere transitorio, di passaggio ad una nuova fase politica, essendo invece preclusa la natura strategica di un possibile accordo tra forze che intendono dislocarsi sulle parti opposte dello schieramento politico-parlamentare.</p>
<p><strong>Tale evidenza è confermata peraltro da una concezione differente del confronto democratico, tra un Pd impegnato a sostenere le ragioni del bipolarismo versus una Udc che dichiara il bipolarismo morto.</strong></p>
<p>Mi pare auspicabile oggi una grande alleanza in grado di tenere insieme parti tra loro diverse dello scacchiere politico per ricostruire i fondamenti costituzionali, economici, culturali e persino etici del nostro Paese partendo dalla situazione di disfacimento e regressione nella quale è precipitato. Non ritengo si tratti però di una necessità da sostenere a tutti i costi.</p>
<p><strong>Soprattutto credo che sbaglierebbe i conti (e qui torniamo all’algebra) chi nel Pd pensasse di sacrificare sull’altare di un accordo con Casini quello con l’Italia dei Valori e con Sinistra Ecologia Libertà. L’intendenza non seguirà: gli elettori hanno imparato a scegliere e i sondaggi dicono chiaramente che una prospettiva del genere sarebbe un semplice suicidio del Pd.</strong></p>
<p>Per questo la definizione di un programma condiviso nel perimetro del nuovo Ulivo e la scelta della leadership mediante le elezioni primarie appare un elemento ineludibile, di fronte ad una precisa richiesta che è emersa nel Paese. Dopo dovrebbe aprirsi il confronto con l’Udc.</p>
<p>Basterebbe ricordare le elezioni comunali di Bologna e Torino. Ma ancor più chiaramente hanno segnato il tracciato quelle di Milano e di Cagliari, dove due gentili estremisti come Giuliano Pisapia e Massimo Zedda sono risultati graditi all’elettorato, che li ha scelti come sindaci senza grandi esitazioni. Per non parlare di Napoli, dove De Magistris ha dato una sonante lezione a tutti i professori del voto moderato.</p>
<p><strong>Certo a livello locale giocano profili civici che non consentono di sovrapporre quelle vicende con lo scenario nazionale ed è quindi necessario affrontare le situazioni con capacità di discernimento per ogni singola realtà. Come a Viterbo dove le forze del terzo polo annunciano un percorso comune e dichiaratamente alternativo al “fallimento” di Pdl e Pd.</strong></p>
<p>Personalmente mi augurerei che il Pd scegliesse senza esitazioni di perseguire la strategia dei cerchi concentrici proposta all’ultimo congresso da Bersani: con il Pd al centro, il nuovo Ulivo intorno ed una più ampia unità delle forze democratiche in un campo più esteso.</p>
<p><strong>Anche perché la “foto di Vasto”, l’alleanza rappresentata dai leader di Pd, Sel e Idv in prospettiva può dare vita ad una grande forza politica unitaria e plurale, capace di raccogliere le grandi ispirazioni politico-culturali che hanno segnato la storia del centrosinistra negli ultimi decenni.</strong></p>
<p>Opera che sicuramente non potrà essere compiuta da una classe dirigente la quale dovrebbe serenamente accettare di passare la mano, di far crescere una nuova leva con lo sguardo rivolto davvero al futuro, il cui bagaglio non sia appesantito da un fardello troppo pesante, la cui immagine non appaia più così opaca come quella di alcuni dei protagonisti di una stagione ormai passata.</p>
<p><strong>Ma soprattutto, prima di ogni altro elemento è necessario che il Pd esca dal guado politicista e ricerchi una alleanza con i cittadini. Poche ma nette idee sulle questioni più sentite nel Paese: a partire dalla questione dei costi della politica e della “casta”, senza demagogie, ma anche senza timidezze, per rilanciare la politica come spirito di servizio.</strong></p>
<p>Ma se questo è un terreno che trova d’accordo trasversalmente tutti i cittadini, dirimente diventa affrontare con vigore e con nettezza la questione dei costi sociali della crisi, facendo pagare sul serio chi non lo ha mai fatto, riformando il welfare ma difendendo i servizi, salvaguardando i beni comuni, aprendo una grande stagione di liberalizzazioni, a partire dal mondo delle professioni oggi troppo spesso precluse ai giovani, puntando con decisione su ricerca, formazione e cultura come risorse strategiche del Paese.</p>
<p>Per fare tutto ciò il Pd e le altre forze del centrosinistra devono avere il coraggio e la capacità di scontentare qualcuno per pensare alle alleanze non solo con le forze più dinamiche del Paese, ma anche con quelli che tirano in silenzio la carretta e rispettano le regole, con il ceto medio impoverito, con gli indignati e i precari, con tutti quelli che in questa stagione di crisi si sentono come nei versi di Ungaretti: si sta come/d’autunno/sugli alberi/ le foglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sì, sì… condanniamo i black bloc</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 16:56:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[17 Viterbo]]></category>
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		<category><![CDATA[arnaldo sassi]]></category>
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		<category><![CDATA[sottoscala]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Arnaldo Sassi commenta le reazioni alle violenze dei black bloc a Roma e paragona l’importanza che l’opinione pubblica dà a quel tipo di “malcostume” con quella che invece viene data ai comportamenti dei “pezzi grossi”.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><img class="size-medium wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- Ma sì, prendiamo le distanze. Prendiamo le distanze dalla violenza inaudita dei black cloc, dalle auto bruciate in via Merulana, dai lanci di sampietrini e – soprattutto – da quell’orribile lancio dell’estintore da parte di Er Pelliccia, al secolo Fabrizio Filippi di Bassano Romano.</p>
<p><strong>Prendiamo le distanze e condanniamo la violenza fine a se stessa, non senza gettare un’ombra di sospetto sulla contiguità tra i terroristi del ventunesimo secolo e gli indignados, che avevano immaginato – a loro dire – una manifestazione forte nei contenuti, ma pacifica nella forma.</strong></p>
<p>Prendiamo le distanze da tutto ciò perché le distanze le hanno prese tutti, ma proprio tutti; e accettiamo pure che in Parlamento si discuta di leggi più aspre per tentare di arginare il fenomeno. Chi fa certe cosa merita la galera. A vita? Forse sì, perché quei gesti sono la negazione del vivere civile.</p>
<p><strong>Sin qui siamo tutti d’accordo, tanto siamo nella sagra dell’ovvietà. Mi piacerebbe però che gli stessi appelli a prendere le distanze – a proposito di vivere civile – fossero lanciati anche contro un altro tipo di malcostume, che purtroppo non riguarda qualche migliaio di scemi che agiscono ai margini della società, bensì pezzi da novanta della classe dirigente.</strong></p>
<p>A cominciare, per esempio, dagli onorevoli piduisti (o pitreisti, o piquattristi, fate voi); oppure dai ministri sospettati di aver avuto rapporti più o meno stretti con la mafia; oppure da tutti coloro che sono accusati di corruzione o di concussione; oppure da chi si serve della consulenza di personaggi come Valter Lavitola, assurto addirittura al ruolo di consigliere della Presidenza del Consiglio; e, dulcis in fundo, anche da chi – ricoprendo cariche pubbliche apicali nello Stato – si abbandona a uno stile di vita che ci espone al dileggio da parte di mezzo mondo, facendo identificare questa povera Italia come il Paese del bunga bunga.</p>
<p><strong>Ma che vuoi. Questo avverrebbe in un Paese normale. In uno Stato dove è bene impressa la cultura del bene comune; dove tutti pagano le tasse; dove nessuno cerca scorciatoie; dove il senso civico si dimostra anche gettando i rifiuti nel cestino o nell’apposito contenitore, invece che sul ciglio della strada.</strong></p>
<p>Ma noi siamo un Paese normale? Ah, saperlo. Per ora siamo il Paese che invoca pene esemplari per chi brucia i cassonetti o le automobili e nello stesso tempo invoca la prescrizione breve per corrotti e corruttori.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Gli indignati, gli imbecilli e quelli in malafede</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[indignati]]></category>
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		<category><![CDATA[sporco comunista]]></category>
		<category><![CDATA[valerio de nardo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La giornata del 15 ottobre ha segnato certamente un momento di snodo importante tra ciò che l’ha preceduta, quel che vi è successo e quel che sta accadendo dopo</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4520" class="wp-caption alignleft" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4520" title="de_nardo_valerio" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/de_nardo_valerio-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">Valerio De Nardo</p></div>
<p>- La giornata del 15 ottobre ha segnato certamente un momento di snodo importante tra ciò che l’ha preceduta, quel che vi è successo e quel che sta accadendo dopo.</p>
<p><strong>Essa è stata preceduta dalla primavera araba, dalle piazze spagnole, cilene, israeliane, dalla contestazione non tanto o soltanto ai governi quanto al sistema che fa pagare la crisi ai più deboli.</strong></p>
<p>Dopo che l’economia si era mangiata la politica, negli ultimi trent’anni la finanza si è mangiata l’economia e così l’equilibrio dei rapporti di forza dei poteri reali si è spostato a svantaggio delle sfere democratiche in favore di quelle speculative o, al limite, regolative della finanza.</p>
<p>La lettera del 5 agosto di Draghi e Trichet al governo italiano, le prescrizioni sulle misure da adottare contro la crisi del debito sovrano, ha costituito l’apice della dimostrazione spudorata, senza veli di una verità ormai palese: <strong>la democrazia è subalterna alla moneta</strong>.</p>
<p>Ma ciò nonostante ho trovato sincera e condivisibile la simpatia che Draghi ha tributato alla manifestazione mondiale degli indignados. D’altronde egli da governatore della Banca d’Italia ha sempre sostenuto la necessità di combattere la precarietà, di redistribuire il carico fiscale spostandolo dal lavoro e dall’impresa alla rendita finanziaria.</p>
<p><strong>Non penso che si tratti di filantropia, quanto del fatto che vi sia una parte del capitalismo, in tutto il mondo, che avverte la necessità di riconquistare più equi livelli di giustizia sociale perché così si garantisce un sistema più efficiente, senza necessità di ricorrere all’apologo di Menenio Agrippa.</strong></p>
<p>Ma sabato sono spuntati fuori gli imbecilli, quelli violenti, vittime della impossibilità di trovare occasioni positive di confronto con la realtà sociale, che riducono la loro espressività allo scontro tanto con le istituzioni quanto con la piazza pacifica e ironica degli indignados. Non è un caso se sui muri o sul blindato dei carabinieri dato alle fiamme sia comparsa la scritta Acab.</p>
<p><strong>Per loro il poliziotto è sempre un antagonista, in piazza come allo stadio: chissà se hanno letto Pasolini.</strong></p>
<p>La loro (sub)cultura è più quella della curva ultrà che una qualche ideologia politica. Per questo la violenza di piazza San Giovanni mi ricorda non tanto quella degli anni ’70 nostrani, quanto quella dello scorso agosto che ha sconvolto Londra: l’obiettivo non era “colpire al cuore lo Stato”, bensì “bruciare Roma”.</p>
<p><strong>E quindi sono arrivati quelli in malafede, quelli che, asserragliati in aule parlamentari sempre più lontane dal Paese reale, dai suoi sentimenti e dai suoi bisogni, tengono in vita il governo alimentandolo e ventilandolo artificialmente a colpi di voti di fiducia.</strong></p>
<p>Una classe dirigente, se così si può chiamare, cinica, bugiarda, che non esita a fare confusione per colpire i propri avversari e con essi il movimento degli indignati, che è stata la prima vittima degli imbecilli violenti. Gente che usa la propria visibilità mediatica per mistificare e strumentalizzare, per recuperare consenso mettendo paura ai cittadini che hanno visto le immagini di piazza San Giovanni. Che per questo non hanno esitato a criticare Draghi per la simpatia manifestata alle ragioni di quel movimento.</p>
<p>Quanto prima ci libereremo di questa politica autoreferenziale e servile verso il padrone, la cui agenda parlamentare e di governo è occupata solo dagli appuntamenti con gli interessi di un capo che è l’incarnazione stessa del conflitto di interesse, tanto prima potremo ritrovare il senso di un’altra politica, di cui si avverte con impellenza il bisogno.</p>
<p>Una politica in grado di rispondere al cartello di quel manifestante su cui era scritto: “nun so’ indignato, è che me rode er c.”…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Valerio De Nardo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La giustizia dell’ovetto Kinder…</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 14:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[arnaldo sassi]]></category>
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		<category><![CDATA[ovetto kinder]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Marco Travaglio è il cosiddetto giornalista d’assalto che piace a molti (la sua ospitata a Caffeina nel luglio scorso ebbe una platea di quasi duemila persone) ed è inviso a molti altri.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3883" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><img class="size-medium wp-image-3883" title="sassi_arnaldo" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/sassi_arnaldo-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /><p class="wp-caption-text">Arnaldo Sassi</p></div>
<p>- Marco Travaglio è il cosiddetto giornalista d’assalto che piace a molti (la sua ospitata a Caffeina nel luglio scorso ebbe una platea di quasi duemila persone) ed è inviso a molti altri.</p>
<p>Io ritengo che, al di là delle sue idee (che possono piacere o meno) ha una qualità fondamentale per chi fa il giornalista: <strong>quello di essere estremamente documentato sui fatti, mai smentibili.</strong> Ebbene, un’ulteriore prova di ciò l’ho avuta, leggendo un suo pezzo pubblicato sabato scorso sul Fatto quotidiano dal titolo “<strong><a title="Ma l'ovetto no" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/01/ma-lovetto-no/161371/" target="_blank">Ma l’ovetto no</a></strong>”.</p>
<p>Articolo nel quale racconta che “Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina. L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri, perché colto in flagrante mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino. Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima”.</p>
<p><strong>E poi:</strong> “Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore. Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perché il venditore pretendeva 1600 euro per chiudere la faccenda”.</p>
<p><strong>E ancora: </strong>“Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma. Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti. <strong>Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro. E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila. </strong>Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60mila persone) che chiedono un risarcimento di un euro a testa”.</p>
<p><strong>Fin qui i fatti. Poi le considerazioni:</strong> “Basta raffrontare l’entità dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire. <strong>O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami”.</strong></p>
<p>La morale è scontata: “Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura i veri criminali per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati). Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”. <strong>Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana</strong>”. Il processo s’è estinto perché l’anno scorso – come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale –<strong> il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus</strong>.</p>
<p>Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato. Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente. Ma solo perché nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti. Non resta che aspettare, fiduciosi.</p>
<p>Qualcuno pensa che il mastino Marco abbia torto?</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Arnaldo Sassi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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