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	<title>Corriere2000 &#187; antoniozzi</title>
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		<title>Berlusconi? Pessimo barzellettiere</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 15:29:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[17 Viterbo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Spinto dalla curiosità ammetto di aver fatto una visita al sito dell&#8217;Espresso per rendermi conto di persona dell&#8217;oggetto del contendere, ossia della famigerata barzelletta sulla Bindi raccontata fuori onda dal presidente del consiglio.</p>
<p><strong>Per chi </strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso.jpg"><img class="size-medium wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso-200x300.jpg" alt="&lt;/p&gt;" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Spinto dalla curiosità ammetto di aver fatto una visita al sito dell&#8217;Espresso per rendermi conto di persona dell&#8217;oggetto del contendere, ossia della famigerata barzelletta sulla Bindi raccontata fuori onda dal presidente del consiglio.</p>
<p><strong>Per chi non avesse avuto voglia o tempo di controllare personalmente, la barzelletta in questione ha come protagonista un tipo cui vengono presentate una serie di signorine, e all&#8217;atto della presentazione il tipo in questione deve ripeterne il nome.</strong></p>
<p>Alla presentazione di tale Orchidea, il tipo sorride e dice &#8220;Orchidea&#8221;, alla presentazione di Rosy Bindi balza all&#8217;indietro ed esclama, orripilato da tale vista, la bestemmia più simile a Orchidea che vi venga in mente.</p>
<p>La cosa che mi ha più disturbato durante la visione del video non è stata tanto il fatto che nella barzelletta ci fosse o meno una bestemmia (c&#8217;era), o che fosse o meno una storiella sessista e maleducata (lo era), e nemmeno se fosse o meno il caso che il premier la raccontasse (non era il caso). No.</p>
<p><strong>Quello che mi ha disturbato di più, parlando da uomo di teatro, è stato l&#8217;incontenibile scoppio di risa degli astanti. Sì perché, analizzata dal punto di vista della trama e della narrazione, la barzelletta non solo era brutta, ma era pure raccontata male.</strong></p>
<p>Sia detto una volta per sempre: Berlusconi non sa come si raccontano le barzellette. Non è capace di far montare la curiosità, non avvince col racconto, le premesse sono sempre o troppo vaghe o troppo brevi e comunque sempre cincischiate, si arriva al climax con fatica e quando questo arriva non è mai all&#8217;altezza delle aspettative.</p>
<p><strong>Avesse raccontato la medesima barzelletta e nel medesimo modo durante una rivista di avanspettacolo dell&#8217;immediato dopoguerra si sarebbe beccato una delle celebri gattate per cui andava famoso il pubblico romano (trattasi di lancio di gatto morto all&#8217;indirizzo del comico scarso) e sarebbe stato apostrofato da un sonoro &#8220;nun ce fai ride&#8221; corredato da un altrettanto sonoro &#8220;volemo le ballerine&#8221;.</strong></p>
<p>Ma i cortigiani, che, com&#8217;è noto agli appassionati d&#8217;opera, Piave definì &#8220;vil razza dannata&#8221; aggiungendo per giunta &#8220;a voi nulla per l&#8217;oro sconviene&#8221;, hanno riso di gusto, neanche avessero assistito a una performance del Bramieri dei tempi d&#8217;oro.</p>
<p>E invece non c&#8217;era assolutamente nulla da ridere semplicemente perché era una brutta barzelletta raccontata male. Avrebbe dovuto essere accolta con un educato sorrisino, di quelli che non deprimono il narratore ma che certo non lo incoraggiano a raccontarne di altre.</p>
<p><strong>Mi è capitato di assistere a scene simili anche in teatro: ricordo anni fa un celebre quanto potente personaggio che si vanta di essere grande raccontatore di barzellette le cui performance venivano sempre accolte da squassanti risate. Anch&#8217;egli, come il premier, era un pessimo barzellettiere, ma questo particolare non sembrava turbare la corte.</strong></p>
<p>Anzi, visto che il personaggio era solito raccontare più volte la stessa barzelletta durante i due mesi di lavoro, tutti ridevano come se l&#8217;avessero ascoltata per la prima volta.</p>
<p>Poiché il tipo in questione non era un cretino, tutt&#8217;altro, sono perfino arrivato a pensare che lo facesse apposta, quasi a voler sondare il grado di piaggeria dei sudditi.</p>
<p>Anche Berlusconi non è un cretino, tutt&#8217;altro (l&#8217;errore più grave commesso dall&#8217;opposizione all&#8217;apparire del fenomeno fu senza dubbio quello di considerarlo tale, il che la dice lunga su certi insopportabili snobismi di sinistra), ma nel suo caso non credo che racconti barzellette per sondare la devozione della corte. Temo, ahimè, che sia profondamente convinto di essere un eccellente barzellettiere.</p>
<p><strong>Anche di Nerone, le cui performance canore venivano sempre salutate da folle plaudenti, si dice che, alla sua morte, avesse ad esclamare &#8220;quale artista muore con me&#8221;.</strong></p>
<p>Disgraziatamente, i posteri non lo ricordano per le sue composizioni ma per i deliri di vanagloria e l&#8217;incendio di Roma. Se la storia dovesse mai ripetersi, teniamo per favore a mente che la colpa maggiore sarà di quei cortigiani che hanno riso invece di opporre a una brutta barzelletta raccontata male un dignitoso ed educativo silenzio.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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		<title>Non basta togliere il crocifisso</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 00:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[antoniozzi]]></category>
		<category><![CDATA[crocifisso]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso.jpg" alt="&lt;/p&gt;" width="230" height="344" /><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Leggo sui giornali l&#8217;ennesima polemica sull&#8217;opportunità o meno di affiggere crocifissi nei luoghi pubblici, segnatamente (in questo caso) nelle aule scolastiche e, come spesso mi capita in questi frangenti, mi viene quasi automatico alzare gli occhi al cielo e tirare un sospiro di rassegnazione come quando, a Natale, la Rai decide di mandare in onda l&#8217;ennesima, prevedibile replica di &#8220;Natale in casa Cupiello&#8221;.</p>
<p>Cercando di procedere per ordine, cominciamo col dire che non esiste nessuna legge che imponga di affiggere crocifissi alle pareti scolastiche, se si fa eccezione di un decreto del 1924 che imponeva, oltre al crocifisso, anche l&#8217;immagine del re e la bandiera, e uno del 1928 che nella dotazione obbligatoria di ogni scuola prevedeva, oltre al crocifisso, strumenti per la fanfara del ricreatorio festivo.</p>
<p><strong>Decreti, questi, che non hanno forza di legge e che sono da considerarsi dei meri suggerimenti amministrativi (a meno di non volere a tutti i costi la fanfara, il che sarebbe nostro diritto).</strong></p>
<p>Premesso questo, si può candidamente concludere che la presenza dei crocifissi alle pareti delle aule scolastiche (come pure su quelle di tribunali, uffici pubblici e via discorrendo) sia semplicemente un&#8217;usanza che, sebbene non imposta per legge, ha continuato ad esistere per via delle radici cattoliche su cui si sono fondate fino ad oggi la morale e la cultura italiane.</p>
<p>Ho detto fino ad oggi perché nessuno poteva ragionevolmente anticipare quanto e come la multiculturalità dovuta all&#8217;immigrazione avrebbe cambiato la società italiana che, a ragion veduta, non può più dirsi unicamente cattolica visto che nella nostra nazione ora vivono persone di ogni razza, cultura e religione e che sono, ai fini della legge e della morale, degne del medesimo rispetto di chi possa vantare di essere italiano e cattolico da più generazioni.</p>
<p><strong>Posso benissimo comprendere come e quanto una persona che non sia cristiana possa sentirsi turbata dalla presenza di un crocifisso nelle aule scolastiche perché, nei fatti, la presenza di un simbolo religioso che non sia il proprio autorizza a pensare che se non lo Stato, almeno quel preciso istituto scolastico si identifichi nella religione cattolica.</strong></p>
<p>Eppure mi sentirei di dire a chi si sente turbato che, a parte il valore religioso dell&#8217;immagine del crocifisso cui nessuno deve sentirsi obbligato a credere, proprio quell&#8217;immagine rimanda ad altri valori che sono universali e potrebbero essere fonte di meditazione.</p>
<p>Il primo che viene alla mente: su quella croce c&#8217;è un uomo che avrebbe potuto comodamente evitarsi il processo che l&#8217;ha portato alla morte di croce, e non l&#8217;ha fatto. Eppure, per chi crede, era Dio stesso. Ma non l&#8217;ha fatto. Si è sottoposto al giudizio degli uomini e ne ha pagato le conseguenze, malgrado i suoi amici fossero addirittura pronti a difenderlo a colpi di spada.</p>
<p>La presenza di crocifissi nelle aule di tribunale non manca mai di farmi sorridere, perché di fatto vedo alle spalle del giudice il protagonista del più clamoroso errore giudiziario della storia.</p>
<p>La differenza coi fatti di cronaca recente, perdonatemi, salta immediatamente all&#8217;occhio. Voglio dire, in un periodo in cui certi parlamentari si trincerano dietro l&#8217;immunità e altri personaggi gridano alla congiura ogni volta che li si porti, a torto o a ragione, di fronte ad un tribunale, la presenza di un crocifisso è lì a ricordarci che nella storia è esistito uno, uomo o Dio poco importa, che pur avendo potuto non ha voluto sottrarsi al giudizio degli uomini.</p>
<p><strong>Chi abbia letto, anche distrattamente, i Vangeli, ricorderà anche che fu proprio il popolo a scegliere di liberare Barabba e mettere in croce Gesù. Se il nostro presidente del consiglio, cattolico, lo tenesse a mente forse avrebbe qualche remora prima di ripetere a ogni piè sospinto che &#8220;è stato scelto dal popolo&#8221;, visto che proprio quel crocifisso che è il simbolo della sua religione sta lì a ricordarci che il popolo non sempre ha fatto scelte che, alla prova dei fatti, si sono dimostrate inoppugnabili.</strong></p>
<p>Certamente preferirei che nelle aule scolastiche, oltre al crocifisso, fossero esposti i simboli delle altre religioni (o, preferibilmente, di nessuna), così come preferirei che l&#8217;ora di religione fosse sostituita con l&#8217;insegnamento della &#8220;filosofia comparata delle religioni&#8221;, ma personalmente ritengo che un crocifisso appeso alle pareti di un&#8217;aula scolastica sia l&#8217;ultimo dei problemi della nostra pubblica istruzione e che, anzi, proprio quell&#8217;immagine potrebbe essere uno spunto laico per l&#8217;insegnamento di un senso morale e civico che ai giorni nostri sembrano essere smarriti.</p>
<p>In altre parole: un crocifisso staccato dal muro non è garanzia di un insegnamento laico. Una scuola dove invece si insegni a vivere (e non a lavorare, come paiono suggerire le ultime riforme) e che formi dei cittadini maturi e responsabili indipendentemente dalle particolari credenze religiose, sì.</p>
<p>E poco importa se l&#8217;esempio citato sia Gesù crocifisso, o Socrate, o Giordano Bruno.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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		<title>Chi è vittima di stupro è sempre vittima</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 14:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[antoniozzi]]></category>
		<category><![CDATA[omicidio]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso.jpg" alt="&lt;/p&gt;" width="230" height="344" /><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Avevo una professoressa, pace all&#8217;anima sua, che anni fa sentenziò in maniera piuttosto chiara (malgrado un certo suo linguaggio contorto per cui andava famosa e grazie al quale sarà immediatamente riconoscibile a chi l&#8217;abbia frequentata) che &#8220;le regazzine vanno &#8216;ngiro co&#8217; la minigonna e poi non se devono lamenta&#8217; se i maschi le strupeno&#8221;.</p>
<p>Ecco, in questa frase si riassume quello che malauguratamente pare essere un pensiero se non comune, almeno dominante: una donna che faccia l&#8217;errore di andare in giro ostentando la propria femminilità invece di nasconderla, come minimo è una poco di buono, come massimo è una puttana, e in entrambi i casi il maschio non ha poi tutti i torti se, solleticato nel testosterone, dimentica ogni brandello di civiltà e convivenza civile e le si butta addosso manco fossimo nel&#8217;età della pietra.</p>
<p><strong>Posso benissimo comprendere (il che non significa, per inciso, giustificare) che in una società che usa corpi femminili anche per vendere candele per le auto, che per smerciare copie dei settimanali schiaffa tette in copertina una settimana sì e l&#8217;altra pure, che pare non riesca a metter su un programma televisivo senza sentirsi in dovere di mettere a cornice del sellerone di turno svariate prosperose signorine che avranno anche cervello ma certo non è su quello che la telecamera si sofferma, risulti poi piuttosto difficoltoso far passare il concetto che segue: la donna non è un oggetto sessuale il cui fine ultimo consiste nel soddisfare i desideri dell&#8217;uomo.</strong></p>
<p>Nonostante questo, appare quantomeno paradossale sentir dire da cittadini del duemilanove che uno stupro di gruppo sia una ragazzata e che, in fondo, se una va in giro con le gambe di fuori è quantomeno logico che le saltino addosso. Ancor più paradossale, quando capita che a difesa del branco si ergono altre donne.</p>
<p>Sì, perché in molti casi è proprio dalla bocca di altre donne che si sente dire &#8220;beh, però in fondo se l&#8217;è andata a cercare&#8221;, frasetta a doppio senso che sta a significare con un colpo solo che la disgraziata che ha subito lo stupro in fondo era una che provocava, e che chi dice la frase in questione sia a prova di violenza carnale e conduca una vita di morigerata e inoppugnabile virtù. Che tristezza, soprattutto quando pareva che dal naufragio del movimento femminista si fosse salvato se non altro un briciolo di solidarietà tra donne.</p>
<p>Sarà bene allora ricordare che lo stupro, diventato grazie al cielo un reato contro la persona e non contro la morale, è forse il reato più abietto di cui ci si possa macchiare senza spargere sangue: ferisce la persona che lo riceve nel profondo, mina alla radice qualsiasi tipo di fiducia nell&#8217;altro sesso, compromette seriamente qualsiasi tipo di relazione sentimentale futura. In altre parole, lo stupro assassina psicologicamente né più né meno quanto un omicidio possa uccidere fisicamente.</p>
<p><strong>Basterebbe dare un&#8217;occhiata al monologo che Franca Rame, coraggiosamente, mise in scena per raccontare lo stupro di cui fu vittima, oppure dare una scorsa ad alcuni testi raccolti nella piéce &#8220;I monologhi della vagina&#8221; per rendersi conto di come e quanto la vittima di una violenza carnale resti vittima anche per molto tempo dopo che la violenza in oggetto si è conclusa.</strong></p>
<p>Sia detto allora una volta per sempre: chi è vittima di uno stupro è sempre vittima, anche se per mestiere si prostituisse. Lo stupratore è sempre carnefice, anche se l&#8217;altra persona avesse deciso di andare a letto con lui e, un&#8217;istante prima che l&#8217;atto si consumi, decidesse di cambiare idea.</p>
<p>E chi la pensa diversamente non è degno di esser chiamato persona civile.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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		<title>Questi politici che consumano droga</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 13:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 Italia]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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<p>Per come la vedo io, la vera notizia non è tanto che uno decida di passare le sue notti con le squillo mentre un altro preferisce i trans: questa è cosa che riguarda, semmai, i &#8230;</p>]]></description>
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<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso.jpg" alt="&lt;/p&gt;" width="230" height="344" /><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Per come la vedo io, la vera notizia non è tanto che uno decida di passare le sue notti con le squillo mentre un altro preferisce i trans: questa è cosa che riguarda, semmai, i gusti personali e le consorti dei signori in questione e che, forse, potrebbe far sorridere gli elettori la prossima volta che capiterà loro di ascoltare, dalla bocca del politico di turno, il panegirico della famiglia e dei sacri valori morali.</p>
<p> </p>
<p>Niente di nuovo sotto il sole: &#8220;basta che non si sappia in giro&#8221;, &#8220;l&#8217;importante è fare bella figura&#8221; e via discorrendo sono frasi che sentiamo tutti i giorni e all&#8217;insegna del motto &#8220;vizi privati, pubbliche virtù&#8221; appare ormai da troppo tempo costruita la moraletta su cui spesso si regge non solo l&#8217;amministrazione del nostro Paese ma il comportamento generale dell&#8217;italiano medio.</p>
<p><strong>La vera notizia, su cui pochi hanno passato una linea di evidenziatore, sta nel consumo di droghe e nella corruzione di cui si sono macchiati alcuni esponenti delle forze dell&#8217;ordine.</strong></p>
<p>Sempre per come la vedo io, non c&#8217;è nulla di male se uno vuole passare le sue serate a schiumare coca, a patto che questo qualcuno non debba poi prendere delle decisioni che riguardino tutti noi.</p>
<p>Chiunque abbia avuto un minimo di frequentazione, anche a mero titolo di curiosità, della polvere bianca sa benissimo di cosa sto parlando e potrà confermarvi che no, sotto coca non si fanno scelte che restano famose.</p>
<p>Se dunque qualcuno ha in mano le redini di un&#8217;amministrazione, beh, come minimo ci si aspetta da costui che si assuma la responsabilità di legiferare a mente lucida e non in pieno &#8220;down&#8221; da notte brava.</p>
<p><strong>L&#8217;altra notizia, dicevo, è la corruzione. Ora, è chiaro che ogni bravo cesto di mele ha le sue mele marce e non si può fare di ogni erba un fascio, ma al cittadino farebbe piacere poter pensare che se si viene colti in flagranza di reato il peggio che possa capitare sia di passare qualche annetto di reclusione a spese dello Stato, e non di essere ricattati da chi è pagato (male) per proteggerci da malviventi e ricattatori.</strong></p>
<p>C&#8217;è poi una terza notizia. Leggo dai giornali che Berlusconi sapeva del video che immortalava una seratina di Marrazzo in via Gradoli e che il presidente del consiglio, per sua stessa ammissione, avrebbe fatto una telefonata al governatore dicendo che esisteva tale video ma che i suoi giornali e le sue testate non lo avrebbero pubblicato.</p>
<p>Non so a voi, ma se a me arrivasse una telefonata del genere stenterei a leggerla come un attestato di solidarietà. La leggerei, piuttosto, come segue: &#8220;ho un&#8217;arma potente contro di te, vedi di ricordartelo&#8221;, e se fossi nei panni del povero Marrazzo mi sentirei nel pugno non solo di quattro carabinieri disonesti ma anche della parte politica che mi è avversa.</p>
<p>Bene ha fatto dunque Marrazzo a gettare la spugna invece di trincerarsi dietro assurde teorie, dimostrando che non è poi così vero che non esiste differenza tra politico e politico o, se preferite, tra uomo e uomo.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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		<title>Riportiamo in vita il teatro Unione</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 14:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[11 Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[unione]]></category>

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<p>Ho letto con estremo piacere una notizia riguardante il teatro dell&#8217;Unione: pare che in consiglio comunale si sia fatto il primo passo per l&#8217;istituzione di una fondazione, ossia per svincolare finalmente il teatro dalla gestione &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso-200x300.jpg" alt="&lt;/p&gt;" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Ho letto con estremo piacere una notizia riguardante il teatro dell&#8217;Unione: pare che in consiglio comunale si sia fatto il primo passo per l&#8217;istituzione di una fondazione, ossia per svincolare finalmente il teatro dalla gestione del Comune e affidarlo a privati che se ne prendano cura, un po&#8217; com&#8217;è successo per quasi tutti i maggiori teatri italiani.</p>
<p> </p>
<p>Da teatrante non posso che gridare un sonoro &#8220;evviva&#8221;, non tanto perché abbia una fiducia indiscriminata nella gestione privata di un teatro, ma perché la legge sulle fondazioni (per imperfetta che sia) impone un bilancio in attivo, e per avere un bilancio in attivo bisogna produrre spettacoli e far vivere il teatro che si amministra, mentre finora la sala del Vespignani è stata usata un po&#8217; secondo la concezione che le nostre nonne avevano del loro salotto buono: tenuto chiuso, con le poltrone sigillate dal cellophane ed aperto solo ed esclusivamente nelle grandi occasioni.</p>
<p>Che poi, a pensarci bene, le grandi occasioni della nonna non erano poi quasi mai all&#8217;altezza del loro nome: una visita del curato per la benedizione delle case, la lontana parente in visita per le feste, il compleanno dello zio di molto riguardo&#8230;insomma seratine piuttosto desolanti, un po&#8217; come gli spettacoli che il nostro teatro, malgrado la grancassa mediatica battuta comunque in colpevole sordina che li definiva &#8220;appuntamenti da non perdere&#8221;, ha avuto la ventura di ospitare da qualche anno a questa parte.</p>
<p><strong>Ho usato volutamente il termine &#8220;ospitare&#8221; perché il nostro teatro, con l&#8217;eccezione del mio &#8220;Barbiere&#8221; no-cost, non produce uno spettacolo ormai da tempo immemorabile, e un teatro che non produce ma si limita ad ospitare &#8220;anteprime nazionali&#8221; (un termine piuttosto elegante con cui vengono chiamate le prove generali aperte al pubblico) concepite, prodotte e montate altrove è un teatro morto.</strong></p>
<p>Lo ripeto: il teatro dell&#8217;Unione è un teatro morto, ed è arrivato il momento di riportarlo in vita.</p>
<p>Far vivere il teatro quotidianamente significa anche, per inciso, rendersi conto giorno dopo giorno delle sue carenze strutturali, un po&#8217; come accade in una casa che sia vissuta tutto l&#8217;anno: sappiamo tutti che se una casa resta chiusa per troppo tempo topi e scarafaggi la fanno da padrone, i tarli banchettano, le tubature scoppiano.</p>
<p>La stessa cosa succede ad un teatro.</p>
<p>Piccoli lavori quotidiani di ordinaria manutenzione risparmieranno ingenti lavori di manutenzione straordinaria e consistenti lavori di restauro, mentre la storia recente di una sala lasciata per troppo tempo abbandonata a sé stessa ci racconta di reiterati quanto inutili interventi straordinari tesi a salvare il salvabile nell&#8217;attesa del prossimo, ineluttabile, intervento straordinario.</p>
<p><strong>Una fondazione ben amministrata (in cui per legge, è bene ricordarlo, deve essere presente anche il Comune) potrà accedere a fondi pubblici e privati, organizzare una stagione lirica degna di questo nome, produrre spettacoli di prosa e musica e balletto e forse, chissà, magari anche fondare una compagnia stabile che, finalmente, possa valorizzare le molte realtà locali che già lavorano in ambito teatrale e che, oggi, portano altrove il loro talento a causa della latenza culturale della nostra città e dell&#8217;inerzia in cui il teatro dell&#8217;Unione è costretto da ormai troppo tempo a vegetare.</strong></p>
<p>Perché la nostra terra è anche terra di scenografi, compositori, musicisti, cantanti lirici, attori, registi, macchinisti, sarte, costumisti, e tutti restiamo in attesa, speranzosi, che qualcosa finalmente cambi e che i Viterbesi e chi li amministra capiscano che una città come la nostra, che trasuda cultura da ogni pietra, ha l&#8217;imperativo categorico di fare della cultura la propria carta vincente.</p>
<p>Mi fa piacere pensare che Giulio Marini, il quale non si è opposto all&#8217;idea della fondazione, anzi pare caldeggiarla, sia uno che l&#8217;ha capito.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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		<title>Il wireless non vive qui&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 11:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Anni fa un ministro della Repubblica, noto per una legge sulle telecomunicazioni che porta il suo nome, ebbe la felice idea di venirci a raccontare che l&#8217;Italia fosse la nazione più all&#8217;avanguardia in Europa per &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4516" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-4516" title="antoniozzi_alfonso" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/antoniozzi_alfonso-200x300.jpg" alt="&lt;p&gt;&lt;/p&gt;" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text"> </p></div>
<p>Anni fa un ministro della Repubblica, noto per una legge sulle telecomunicazioni che porta il suo nome, ebbe la felice idea di venirci a raccontare che l&#8217;Italia fosse la nazione più all&#8217;avanguardia in Europa per quanto riguarda il digitale.</p>
<p>Questa affermazione fu accolta con una certa sorpresa dagli italiani, che pure sono talmente abituati a sentirsi raccontar frottole da almeno un paio di millenni da aver perfino sviluppato la sana abitudine di riderci sopra per non piangere, ma il Ministro continuava ad affermare che quello che diceva era la sacrosanta verità, e che ci attendeva una rivoluzione tecnologica che ci avrebbe sbalordito.</p>
<p><strong>Sono passati circa una decina d&#8217;anni, se la memoria non mi inganna, dalla frase del ministro ed effettivamente quanto a sbalordirci ci sbalordiamo eccome.</strong></p>
<p>Prendiamo ad esempio l&#8217;anagrafe del Comune di Viterbo, che da settimane ormai vanta (tra i vari cartelli seminati un po&#8217; ovunque nell&#8217;ufficio a creare una sorta di improvvisato daze-bao che senza dubbio aiuta a ingannare il tempo durante le attese) un annuncio che recita, più o meno : &#8220;a causa di un guasto alla linea Telecom il rilascio delle carte d&#8217;identità digitali è sospeso fino a data da destinarsi&#8221;.</p>
<p>Considerando che la nostra dovrebbe essere, nelle pie intenzioni del ministero, una delle città pilota per quanto riguarda la digitalizzazione dei documenti d&#8217;identità, questa mi pare un&#8217;eccellente cartina di tornasole dell&#8217;effettivo, pietoso stato delle telecomunicazioni del BelPaese.</p>
<p><strong>Restando in tema di anagrafe, mi sfugge esattamente il perché gli uffici in questione, siti in un palazzo che certo non difetta di stanze, debbano essere ospitati in un disordinato quanto angusto bugigattolo in cui tre eccellenti impiegati comunali fanno del loro meglio per smaltire le tre file sovrapposte di persone che occupano, a volte a gruppi di trenta-quaranta individui, uno spazio che a malapena ne sopporterebbe una quindicina e senza uno straccio di sedia per far riposare gli anziani, i disabili o chiunque debba sostare in coda per ore.</strong></p>
<p>E&#8217; davvero un pessimo biglietto da visita per la nostra amministrazione, a meno che l&#8217;idea non sia quella di far sentire immediatamente a casa qualche immigrato che provenga da realtà che, nell&#8217;immaginario collettivo, sono più disagiate delle nostre.</p>
<p>Mi sfugge anche il perché di tutto questo ambaradan montato intorno alla carta di identità digitale se poi non ci si attrezza di sportelli tipo bancomat che consentano a chi la possiede di farsi da soli i propri certificati senza dover necessariamente passare attraverso un impiegato, visto che la carta di identità digitale legata ad un pin è un metodo sicuro di identificazione.</p>
<p><strong>Siccome siamo all&#8217;avanguardia in campo di digitale e telecomunicazioni, appare quantomeno sorprendente, ad esempio, che se si lascia Viterbo e ci si incammina verso la Tuscanese il segnale dei telefoni cellulari debba scomparire fino a quando non si raggiunga Tuscania. Certo, in Italia siamo abituati ai crolli improvvisi di copertura telefonica: in treno, in aperta campagna, sotto una galleria ci diciamo &#8220;è normale che non ci sia campo&#8221;.</strong></p>
<p>Peccato che se ci si trova a viaggiare in paesi che evidentemente non sono all&#8217;avanguardia nel digitale come la Francia o l&#8217;Inghilterra, il cellulare sia perfettamente funzionante anche nelle metropolitane di Londra o Parigi o nei tunnel autostradali. A Roma, invece, bastano due metri di scala mobile a Piazza della Repubblica e siamo tagliati fuori dal mondo.</p>
<p>Siamo talmente all&#8217;avanguardia che vi sfido a trovare, passeggiando per la nostra o per altre città, una copertura wireless, gratuita o a pagamento, che consenta di navigare tranquillamente dovunque ci si trovi come appunto succede in quasi tutte le città europee. Mi si dirà che questo è un lusso di cui possiamo comodamente fare a meno, e che chi vuole una linea Adsl può sempre comperarsela.</p>
<p>E&#8217; quello che ho fatto, e sicuramente avreste potuto leggere queste righe molto prima di oggi se i disservizi del mio gestore Adsl, che comunque è obbligato a passare attraverso linee Telecom, non trasformassero da ormai un paio di anni la mia linea fissa in una linea singhiozzante che si collega un po&#8217; quando vuole, malgrado ripetute segnalazioni e pronti interventi del tecnico che a casa mia praticamente ci vive.</p>
<p>Se penso che la Francia da circa vent&#8217;anni diffonde via cavo i suoi programmi televisivi (altro che antenne paraboliche e scatolette del digitale terrestre!), che le loro connessioni internet viaggiano anch&#8217;esse su cavo e che da anni è possibile per i loro utenti privati viaggiare in internet alla velocità per noi immaginifica di venti mega, ripenso con un sorriso tutto italico alle affermazioni del Ministro di cui sopra e mi domando se, tutto sommato, non sia più utile tornare ad attrezzarsi con un servizio di piccioni viaggiatori, ai quali sicuramente qualche altro illuminato ministro non mancherà di applicare la seguente affermazione: &#8220;L&#8217;Italia è il primo paese in Europa ad avere l&#8217;esclusiva sui magici gufi portalettere di Harry Potter&#8221;.</p>
<p><strong>Alfonso Antoniozzi</strong></p>
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