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	<title>Corriere2000 &#187; francesco mattioli</title>
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	<description>Quotidiano on line</description>
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		<title>Nessun scienziato si prenderà più responsabilità</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 00:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
		<category><![CDATA[opione del sociologo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto aquila]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>"Sono in totale e amichevole disaccordo con le riflessioni, pur certamente rispettabili, di Antonio Capaldi sulla condanna dei membri della commissione grandi rischi per il terremoto dell’Aquila". Così Francesco Mattioli.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- Sono in totale e amichevole disaccordo con le <a title="Attacco alla scienza? Inesistente" href="http://www.tusciaweb.eu/2012/11/attacco-alla-scienza-inesistente/" target="_blank">riflessioni, pur certamente rispettabili, di Antonio Capaldi</a> sulla condanna dei membri della commissione grandi rischi per il terremoto dell’Aquila.</p>
<p>Formalmente<strong> il giudice non ha “condannato” la scienza</strong>, certo, ma la conseguenza delle sue applicazioni, secondo una logica di causa-effetto che non sta in piedi: perché se una scienza non è in grado di fornire certezze, non è neppure in grado di fare previsioni, se non di massima.</p>
<p>A meno che, alla logica della prevenzione – che è scelta mirata – non si sostituisca il principio di precauzione, che interviene in termini assoluti. Mi spiego: nel caso dei terremoti, la prevenzione sta nel costruire edifici antisismici (prevenzione di lungo termine) oppure nel dormire in macchina durante il periodo critico (prevenzione di breve termine); ma quest’ultima scelta si lega a segnali incerti sul piano oggettivo e sul piano temporale, per cui resta fortemente aleatoria.</p>
<p>Il principio di precauzione invece è drastico: il pericolo va evitato, quindi semplicemente quel territorio a rischio sismico non va abitato. Il principio di precauzione, adottato a tutela della propria salute (non mangio funghi così non corro rischi), non può funzionare per i terremoti, per motivi storici, sociali ed economici, ma anche politici: l’esempio eclatante è il Vesuvio, dove si sa che in futuro vi sarà una eruzione virulenta che coinvolgerà 700.000 abitanti con le loro case (per lo più abusive, ma sanate); non potendo deportare da lì quella gente (principio di precauzione), la Protezione Civile ogni anno fa delle esercitazioni per smobilitare la popolazione in quarantottore (prevenzione). La precauzione ci salva ma è costosissima in termini pratici e sociali. La prevenzione gioca alla roulette: talvolta vince, talvolta perde, perché “ non è dato né il giorno, né l’ora”.</p>
<p><strong>Non è importante sapere se la commissione grandi rischi a L’Aquila è stata influenzata da Bertolaso; mi sa un po’ troppo di complottismo a buon mercato, ma anche fosse: qualsiasi cosa la Commissione avesse detto, poteva essere confermata o smentita. E attenzione: se la si mette in termini di conseguenze di una stima errata, la Commissione poteva anche andare incontro all’accusa opposta di procurato allarme, se avesse ecceduto nella prevenzione/ precauzione…</strong></p>
<p>Di conseguenza l’assurdo della sentenza dell’ineffabile giudice dell’Aquila è a priori, a prescindere dalle motivazioni: che si sia potuta sindacare quella che comunque era una “stima” fondata su dati incerti per natura; che si siano accusati soggetti che non potevano avere potere decisionale ma solo consultivo.</p>
<p>La commissione si è fatta influenzare da Bertolaso? Voleva far tacere il tecnico che prevedeva catastrofi senza supporto scientifico accreditato? Ma questi, che razza di reati sono? Perché se introduciamo suggestioni e sudditanze psicologiche, siamo sicuri che anche il giudice de L’Aquila non si sia fatto suggestionare, ad esempio dal desiderio di giustizia degli aquilani? Siamo sicuri che sul banco degli imputati non debbano esserci piuttosto altri? Costruttori sparagnini, amministratori compiacenti, ecc.?</p>
<p><strong>Probabilmente il vero problema è un altro: suddividere meglio le competenze, in modo che lo scienziato dica la sua, ma poi la responsabilità unica sia quella del soggetto istituzionalmente decisore.</strong></p>
<p>L’unico vero risultato della sentenza dell’Aquila è che oggi come oggi nessuno scienziato – e non solo in sismologia o in meteorologia – se la sentirà più di assumersi la responsabilità delle sue analisi delle sue previsioni per conto della cosa pubblica. Forse sarà la rivalsa contro certa sicumera scientista e certi deliri di onnipotenza della scienza del XX secolo; ma sarà anche la vittoria di Pirro, perché si sarà aperta anche la porta alle fattucchiere, agli indovini e a quelli che se ci azzeccano per caso, poi proclamano subito “L’avevo detto, io”.Mi sono chiesto se sulle pagine di un giornale on-line locale questa discussione potesse apparire troppo rarefatta. Non lo è, non solo per la portata ormai nazionale e internazionale dell’audience di Tusciaweb, ma soprattutto perché questi problemi potrebbero emergere anche da noi, ad esempio alla prossima nevicata…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>“Province, una schizofrenia amministrativa”</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 00:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[06 L'opinione]]></category>
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		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
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		<category><![CDATA[province]]></category>
		<category><![CDATA[schizofrenia amministrativa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“La Provincia, ente locale intermedio tra Comune e Regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo” (art.3, comma 3, T.U. 28 settembre 2000, n.267).</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- <strong>“La Provincia, ente locale intermedio tra Comune e Regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo” (art.3, comma 3, T.U. 28 settembre 2000, n.267).</strong></p>
<p>Sono tra coloro che ritengono il governo Monti come il male minore per l’Italia nell’attuale difficile congiuntura economica internazionale. Sono anche tra coloro che apprezzerebbero un’ulteriore presenza di Mario Monti al timone del governo dopo le elezioni politiche del 2013, seppur in un contesto legittimato sul piano propriamente politico.</p>
<p>Con tutto ciò,<strong> le scelte del governo Monti sulle province mi sembra che abbiano ben poco di “tecnico”, o meglio, di razionale</strong>.</p>
<p>Non c’è dubbio che molte province, figlie di un vecchio clientelismo territoriale diffuso da nord a sud, andassero tagliate, non solo per risparmiare denaro pubblico, ma soprattutto per contrastare certo municipalismo frammentario e clientelare.<strong> Ma c’era da farlo con criteri “tecnici” leggermente più meditati e argomentati di quelli puramente numerici adottati; un “tecnico” è qualcuno che applica un sapere, un sapere che proviene dalla sperimentazione, dalla verifica, insomma dalla scienza e quindi dalla ragione.</strong></p>
<p>Il taglio delle province invece non è avvenuto con il supporto della ragione, cioè del ragionamento, che ovviamente non usa il decespugliatore ma risolve caso per caso, seppur sulla base di criteri di riferimento.</p>
<p>Facciamo degli esempi banali.</p>
<p><strong>Come si è avuto modo di dire in passato, la programmazione territoriale non si fa con il pennarello e la squadra, ma con l’analisi storica, socioculturale ed economica. Quindi i tecnici hanno commesso un errore tecnico, perché non hanno usato gli strumenti corretti nell’operare.</strong></p>
<p>Ci sono regioni di due province, come l’Umbria, che si vedono ridotte ad una sola provincia, che però corrisponde anche alla Regione. Il risultato è una schizofrenìa amministrativa. Quindi i tecnici hanno commesso un secondo errore, perché hanno generato situazioni assurde.</p>
<p><strong>Ci sono province accorpate semplicemente per ragioni quantitative, pur avendo caratteristiche e problemi totalmente differenti. Viterbo e Rieti assieme è uno di questi casi; addirittura faticano ad avere una continuità territoriale.</strong></p>
<p>Qui i tecnici hanno commesso il terzo errore. Basta leggersi le disposizione legislative relative alle competenze delle province per rendersene conto; tali competenze sono sostanzialmente di natura programmatica e di coordinamento delle vocazioni territoriali; molte province – non tutte – sono state disegnate a suo tempo riunendo comuni e territori che condividevano vocazioni e caratteri comuni.</p>
<p>Se però si uniscono due province totalmente diverse fra loro, quali politiche di coordinamento territoriale restano possibili? Con quali difficoltà di sintesi e di accordo? Capisco che Pisa e Livorno possano condividere prospettive territoriali comuni, e che nel XXI secolo certe diatribe storiche d’origine medievale debbano essere rimosse; ma <strong>mettere assieme due territori diversi e lontani fra loro come Viterbo e Rieti, già a suo tempo riunite a forza e innaturalmente nel Lazio, non mi sembra un’opzione razionale.</strong></p>
<p>Credo che con sei mesi di tempo, incaricando una commissione di esperti – storici, statistici, sociologi, economisti – a cui fossero stati sottratti pennarelli e squadre, si sarebbe potuta raggiungere un drastica riduzione delle province, ma ridisegnando anche l’assetto territoriale e regionale secondo criteri di reale omogeneità e potenzialità programmatica. Si è invece lavorato in fretta, male, tanto per dare un segnale; i tecnici hanno lavorato da politici, anzi no: da demagoghi.</p>
<p>Tutto ciò è molto triste, perché <strong>la soluzione trovata è una classica soluzione raffazzonata, compromissoria, pasticciata. Insomma, la solita soluzione all’italiana, che non usa né gli strumenti della democrazia ( visto che cala dall’alto) né quelli della scienza (visto che non adotta criteri razionali) ma ancora una volta i mezzucci e gli strilli da mercato delle vacche.</strong></p>
<p>Rimedi? Solo a lungo termine, con quello strumento che della democrazia reale che si chiama referendum, per creare congiunzioni e annessioni territoriali più razionali. Ma attenzione: molti partiti politici locali sono contrari ai referendum, con argomentazioni speciose (dividono i cittadini) che nascondono altre realtà (la necessità di tenersi stretto il controllo elettorale di un territorio).</p>
<p>E’ successo anche dalle nostre parti: quando si è parlato di referendum, tutti a frenare, a obiettare, a distinguere, a traccheggiare. Poi si capisce perché arrivano i pennarelli…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Bric, i marò e le debolezze dell’Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 23:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Bric è una sigla che da diversi anni ormai ha assunto un ruolo chiave per comprendere molti fenomeni internazionali, dalle dinamiche socioeconomiche a quelle politiche. Sono le iniziali di Brasile, Russia, India e Cina, i paesi economicamente emergenti, per molto tempo esclusi dal circolo più esclusivo delle economie altamente industrializzate.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- Bric è una sigla che da diversi anni ormai ha assunto un ruolo chiave per comprendere molti fenomeni internazionali, dalle dinamiche socioeconomiche a quelle politiche. Sono le iniziali di <strong>Brasile, Russia, India e Cina</strong>, i paesi economicamente emergenti, per molto tempo esclusi dal circolo più esclusivo delle economie altamente industrializzate.</p>
<p><strong>Il Bric spiega gli incidenti a cui è andata incontro l’Italia in questi ultimi anni. </strong>E non solo l’Italia: il traffico di prodotti contraffatti e pericolosi che si trascina dalla Cina al nostro paese è condiviso e subìto anche da altre nazioni occidentali;<strong> il taglieggiamento sotterraneo che la Russia mette in atto grazie ai suoi gasdotti riguarda l’Italia ma anche altri paesi industrializzati.</strong></p>
<p>Cina e Russia del resto sono ancora in preda alla sindrome della tigre imperialista, e segnatamente americana, e questo li induce persino a tollerare i massacri di Assad e la corsa agli armamenti dell’Iran.</p>
<p>Ma Cina e Russia sono anche due mercati emergenti, dove l’industria europea e americana – si pensi a quella automobilistica, ormai asfittica in occidente – può fare buoni affari.<strong> Questo giustifica l’atteggiamento morbido che i paesi industrializzati dell’occidente mantengono nei loro confronti, anche a proposito di tragedie come quella della Siria.</strong></p>
<p>Diverso il caso di Brasile e India. Gli schiaffoni di questi due paesi Bric di recente sono andati dritti dritti all’Italia.</p>
<p>Il Brasile di Lula, facendosi beffe del diritto internazionale e cogliendo una ben squallida occasione per esaltarsi della propria indipendenza dal capitalismo occidentale, ha permesso che un criminale mascherato da perseguitato politico, come Cesare Battisti, andasse libero.<strong> Il Brasile è il principale mercato della Fiat e l’interscambio economico con l’Italia è in crescita.</strong></p>
<p>A ben vedere, in questa faccenda l’Italia non ha fatto la voce grossa: certo, si è affidata ai migliori esperti del diritto, confidando che queste faccende si risolvessero con le leggi internazionali e i gentlemen’s agreements fra stati.<strong> La verità è che l’Italia non aveva nessun elemento per negoziare sul piano economico e politico: è il Brasile che è nel Bric, non l’Italia, noi siano in recessione, loro crescono al ritmo del cinque per cento l’anno.</strong></p>
<p><strong>L’India</strong>. Allo stato attuale non siamo sicuri se i marò italiani della petroliera Lexie abbiano ucciso per sbaglio quei poveri pescatori indiani – forse è anche vero – ma un fatto è certo: che, in spregio delle regole vigenti in materia di acque internazionali, l’India si è arrogata il diritto di arrestare i due militari, trattando peraltro con grande supponenza i diplomatici del nostro paese.</p>
<p><strong>Forti di un diritto internazionale a cui evidentemente crediamo solo noi (e gli indiani ce lo hanno fatto capire), ci siamo consegnati alle autorità dell’India sicuri delle nostre ragioni. </strong>Ancora una volta abbiamo riposto le nostre certezze nel diritto. Il che ci fa onore, ma viene il dubbio che non avremmo potuto fare diversamente, perché l’India è un mercato privilegiato, verso i quale non possiamo chiudere le porte. Anche qui, la verità è che l’India è nel Bric, noi siamo in recessione e loro crescono del 7,5 per cento.</p>
<p><strong>Che fare, allora, con i Bric? </strong>Temo che purtroppo sarebbe necessario incominciare ad avere una fiducia condizionata nel diritto internazionale, cioè a rendersi conto che invocarlo nei confronti di certi paesi può essere ozioso. Va tenuto presente che lo schieramento etico del mondo è tutt’altro che compatto; molti paesi orientali hanno sottoscritto una nuova dichiarazione sui diritti dell’uomo, quella di Bangkok, <strong>che va in controtendenza con quella del 1948, che ritengono troppo ispirata ai valori occidentali.</strong></p>
<p><strong> </strong>Tra l’altro nella dichiarazione di Bangkok si sottolinea che la libertà dell’individuo può essere sacrificato all’interesse collettivo, giustificando così i regimi dittatoriali, politici e teocratici, di molti paesi orientali e mediorientali.</p>
<p><strong>In secondo luogo, non potendo competere economicamente con i Bric, è meglio evitare di mettersi nelle loro mani (come ha fatto la Lexie) perché, almeno noi italiani, non abbiamo una vera forza di scambio.</strong></p>
<p>Terzo, se proprio si vuol fare un discorso di principio, da gentiluomini, allora è bene andare fino in fondo, rispondendo con provvedimenti diplomatici “forti”, anche se puramente formali, che costituiscano un segnale inequivocabile della propria fermezza.</p>
<p>Nell’affare Cermis, gli Stati Uniti, di cui pure siamo alleati privilegiati e partner economici, senza tante discussioni si sono portati via il loro militare, se lo sono giudicato per conto loro e se lo sono praticamente assolto. Una offesa alla giustizia, certo<strong>; ma anche un ceffone alla nostra sovranità nazionale che noi, da inveterati e servili levantini, siamo sempre disposti a sacrificare pur di arraffare qualche moneta.</strong></p>
<p>La dignità, l’autorevolezza e la credibilità di un paese, a livello internazionale, non si fonda esclusivamente sulla sua potenza economica, sulla sua solvibilità finanziaria e sulla rettitudine giuridica, ma anche sulla capacità di non venire a patti con chi ne offende la dignità e si fa beffe delle sue ragioni. In questo, Francia e Regno Unito – altrettanto in difficoltà quanto noi con i paesi Bric – hanno qualcosa da insegnarci.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bisogna smetterla di maledire gli amministratori…</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 00:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Resto convinto che una graduatoria di qualità della vita valutata da un anno all’altro non sia in grado di stabilire i destini di una provincia; che significa perdere o guadagnare una dozzina di posti in graduatoria nel giro di dodici mesi?</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco.jpg" alt="" width="230" height="355" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>- <strong>Resto convinto che una graduatoria di qualità della vita valutata da un anno all’altro non sia in grado di stabilire i destini di una provincia</strong>; che significa perdere o guadagnare una dozzina di posti in graduatoria nel giro di dodici mesi? Sembra di confrontare le classifiche del campionato di calcio: ma a differenza delle squadre che possono perdere rapidamente i migliori campioni, venduti infortunati o scoppiati – si pensi all’Inter – e quindi precipitare dalla zona Champion alla zona retrocessione, i territori, le città, le strategie di miglioramento dei servizi, delle infrastrutture, della produttività hanno bisogno di tempi più lunghi, spesso corrispondenti ad una legislatura amministrativa, per poter esprimere un vero miglioramento o una reale recessione.</p>
<p><strong>Così, molti addetti ai lavori storcono il naso di fronte alle<a title="Nella Tuscia si vive sempre peggio" href="http://www.tusciaweb.eu/?p=29391" target="_blank">classifiche annuali del Sole 24 Ore </a>o di Legambiente, che possono generare discussioni politiche, polemiche, commenti estemporanei, ma che difficilmente illustrano una effettiva realtà socioeconomica in termini scientificamente corretti. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di certe serissime obiezioni, ma posso assicurare che in campo scientifico gli sforzi del Sole 24 Ore, ancorché affidati a specialisti, non sono del tutto apprezzati.</strong></p>
<p>Detto questo, non c’è dubbio che Viterbo si trovi comunque in una posizione di costante rincalzo in queste classifiche, con pochissime eccellenze e numerose criticità; anzi, da qualche tempo anche dal punto di vista della sicurezza, che la letteratura scientifica più avanzata considera uno dei requisiti più importanti della qualità della vita e che era uno dei fiori all’occhiello del capoluogo, le cose non vanno bene.</p>
<p>Mi sono chiesto, allora, perché incontro molti neoviterbesi che, fuggendo le nebbie del nord, lo smog delle metropoli o la criminalità quotidiana di certo mezzogiorno, asseriscono di apprezzare Viterbo perché è una città tranquilla, a misura d’uomo, bella e vivibile. Vero che tanti giovani fuggono dalla città, ma va considerato che certe fughe costituiscono quasi un rituale generazionale, tant’é che ho conosciuto io stesso diversi ragazzi senesi (e Siena è ottava in graduatoria…), grossetani e ternani che dichiarano di sentirsi chiusi e soffocati a vivere nelle loro ridenti cittadine.</p>
<p><strong>C’è un dato che la stampa non ha preso adeguatamente in considerazione: tra le classifiche fornite dal Sole 24 Ore c’è anche, e se non sbaglio per la prima volta, un graduatoria della felicità, costruita su una domanda posta ai cittadini-campione: “Personalmente, lei è felice?”.</strong></p>
<p>Ebbene, in questa speciale classifica, Viterbo è addirittura al decimo posto (Bologna, prima per qualità della vita è al 57° posto, Siena al 32°) e Palermo – udite udite – al primo…. Non è un dato sorprendente; il premio Nobel Amartya Sen ha spiegato che qualità della vita in termini socioeconomici e strutturali, e felicità in termini di stato psicologico personale, non sono sovrapponibili. La qualità della vita si valuta su indicatori apparentemente oggettivi scelti secondo quello che si “deve” intendere oggi per forme di convivenza eccellenti.</p>
<p>La felicità invece è uno stato di appagamento, si collega a un livello di aspirazione saturato, è sentirsi soddisfatti di certi piccoli vantaggi, di certe quotidiane sicurezze, di solidi legami affettivi, di tradizioni. Cinque anni fa tre ricercatori dell’Università di Tor Vergata scoprirono che erano più felici i nigeriani che i tedeschi e spiegavano l’apparente paradosso con il fatto che il nigeriano sapeva di non poter avere di più, e se abitava in città già si sentiva privilegiato rispetto a chi viveva nell’inferno della campagna, mentre il tedesco, completamente assorbito dalla corsa ai consumi, alla ricerca di nuove identità e orizzonti nella postmodernità avanzata, si sentiva continuamente inappagato e teso a raggiungere sempre nuovi obiettivi.</p>
<p><strong>Questo meccanismo di relativizzazione dei punti di riferimento cognitivo può spiegare perché i forestieri che hanno deciso di vivere a Viterbo si sentono felici di abitarvi, e perché al contrario molti viterbesi doc si sentano in un gallinaio. E magari anche perché, alla fin fine, pur di fronte a tante critiche – piove, governo ladro – la classe politica locale resta sempre la stessa.</strong></p>
<p>Quali le conclusioni? Smetterla di piangersi addosso, di limitarsi a maledire gli amministratori (d’ogni colore, tenuto conto che sui carboni ardenti non c’è solo Viterbo ma tutti la provincia) senza prendersi anche le proprie responsabilità; fare un salto di qualità nel gestire la cosa pubblica, ma anche nell’individuare le forme eccellenti del vissuto quotidiano; guardare oltre l’orizzonte e vedere che cosa succede più in là; scrollarsi di dosso il provincialismo che attanaglia questa città da almeno sette secoli; volare alto insomma.</p>
<p>Un esempio banale: tra gli indicatori di qualità della vita c’è anche l’igiene pubblica. E’ giusto bacchettare gli amministratori se non offrono un servizio adeguato; ma mettiamoci anche la mano sulla coscienza, quando rovesciamo la nostra immondizia fuori dei cassonetti e creiamo discariche a cielo aperto avanzando le scuse più puerili.</p>
<p><strong>La civiltà reclamiamola negli altri, ma pratichiamola anche noi.</strong></p>
<p>Sono certo che in poco tempo scaleremmo le incerte classifiche del Sole 24 Ore e forse, andremmo persino in Coppa Uefa.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Risveglio deturpato, un gesto gravissimo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 08:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>- C’era da aspettarselo.</p>
<p><strong>Che il Risveglio potesse essere oggetto di comportamenti incivili da parte di certi viterbesi era nell’ordine delle cose. E non mi riferisco alla goliardata di Casa Pound, che aveva un senso </strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_30179" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-30179" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2011/03/mattioli_francesco.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="230" height="180" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p><span>- C’era da aspettarselo.</p>
<p><strong>Che il Risveglio potesse essere oggetto di comportamenti incivili da parte di certi viterbesi era nell’ordine delle cose. E non mi riferisco alla goliardata di Casa Pound, che aveva un senso e ci può stare. Ma l’incuria, le decine di scritte a pennarello, di una idiozia a volte esasperante, che hanno rovinato l’opera, è un segnale di una gravità inaudita, che la dice lunga sulla nostra “cultura” e sul nostro senso civico (<a title="Il Risveglio deturpato" href="http://www.tusciaweb.eu/il-risveglio-deturpato/" target="_blank">fotogallery</a>).</strong></p>
<p>Dice: a Roma il Risveglio non ha subito danni perché si trovava su una rotonda in mezzo al traffico della Cristoforo Colombo e al centro del quartiere monumentale dell’Eur, meta non appetibile per ragazzini e writers dell’ultim’ora, mentre a Faul…</p>
<p><strong>Eh, no, Faul dovrebbe essere un fiore all’occhiello della città, un mio collega americano l’ha definita il piccolo Central Park di Viterbo, quindi non dovrebbe dare spazio agli incivili e ai vandali, né tanto meno dovrebbe essere lasciata nell’abbandono. E’ solo sperabile che un giorno, quando la valle sarà bonificata con l’edificazione di strutture di servizio in grado di vitalizzare anche di sera l’area, certe “imprese” possano essere oggetto di controllo ed evitate.</strong></p>
<p>Perché comunque c’era da aspettarselo? Per due motivi.</p>
<p>Intanto, perché molti dei ragazzi che hanno risposto al questionario sulla sicurezza urbana, nel corso del monitoraggio “Viterbo Città sicura e sodale” avviato dal Comune assieme all’Università Sapienza di Roma, hanno asserito che scrivere sui muri della città non è vandalismo, ma solo divertimento e scherzo.</p>
<p><strong>In secondo luogo, perché circa dodici anni fa uno studio della Sapienza sul vandalismo nei confronti dei cartelli stradali decretò la “vittoria” dei vandali viterbesi rispetto ai loro degni compari delle province di Grosseto, Terni, Rieti e Roma nord. La classifica? Da far vergognare: VT 17,7 %; GR 15,5%; Roma nord 15,1%; Terni, 13,3%; Rieti, 12,2%.</strong></p>
<p>Forse occorrerà riflettere su Viterbo città d’arte e cultura.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p></span></p>
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		<title>Palio, il rischio zero non esiste ma&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 15:08:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>- Il ministro Brambilla afferma che è venuto il momento di “cancellare per sempre palii e altre feste popolari che comportino il maltrattamento di animali… e chiudere certe anacronistiche tradizioni… perché i tempi sono cambiati &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_30179" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-30179" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2011/03/mattioli_francesco.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="230" height="180" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p><span>- Il ministro Brambilla afferma che è venuto il momento di “cancellare per sempre palii e altre feste popolari che comportino il maltrattamento di animali… e chiudere certe anacronistiche tradizioni… perché i tempi sono cambiati e si è affermata una nuova coscienza di rispetto per gli animali… bisogna adeguarsi”.<strong>Parallelamente, il Codacons invita a “riflettere sull&#8217;opportunità di consentire in Italia lo svolgimento di manifestazioni che possono provocare danni e lesioni agli animali”.<br />
</strong></p>
<p>Queste argomentazioni non fanno una grinza. Però…</p>
<p>Però, come tutti i discorsi che non fanno una grinza, nascondono una serie di sottaciute aporìe e di principi dati per apodittici che mal si prestano ad avviare un discorso maturo.</p>
<p>Tutto ciò mi ricorda antiche diatribe sulle corse automobilistiche, che datano ai tempi delle Mille Miglia, e giungono fino alla tragica morte di Ayrton Senna: di fronte a tanti incidenti mortali, molti si buttarono sulla proibizione e l’abolizione delle gare di velocità. Sappiamo come è andata a finire: le corse si fanno ancora, ma certamente le condizioni di sicurezza sono enormemente migliorate.</p>
<p>Ora, i loro proclami, la Brambilla e il Codacons, dovrebbero anche esibirli a proposito del Palio di Siena, e magari verso tutto lo sport ippico, anche quello olimpico, le corse di levrieri, i circhi, gli zoo e via elencando, tutte situazioni in cui si registrano continui, quanto inevitabili “danni e lesioni agli animali”. Cioè dovrebbero portare l’attacco non tanto ad un paese di ottomila anime della Tuscia, ma laddove il business turistico, sportivo e commerciale rastrella centinaia di milioni di euro e coinvolge centinaia di migliaia di persone: e poi, come canta Enzo Jannacci, “vedere di nascosto l’effetto (anche elettorale) che fa” (parentesi mia).</p>
<p>Non solo; se la profonda analisi sociologica della Brambilla (“i tempi sono cambiati”) va portata fino alle estreme e logiche conseguenze, dovremmo anche abolire, chessò, il pugilato, perché in una società eticamente evoluta non è ammesso che due energumeni se le diano di santa ragione sperando che l’altro si faccia male (cioè vada kappaò); o la caccia, che abbatte migliaia di animali a fucilate e consente ad un individuo armato di penetrare nella proprietà altrui;</p>
<p>Insomma, non confondiamo la realtà con le emozioni del momento. La tragedia della povera Tiffany non va presa alla leggera e probabilmente ha ragione la Procura ad accusare di superficialità gli organizzatori per come hanno approntato il percorso e per come hanno provvedutoper la sicurezza di pubblico e animali.</p>
<p>La “nuova coscienza di rispetto per gli animali” di cui parla la Brambilla impone che certe manifestazioni oggi si possano fare se, e soltanto se, sono state garantite tutte le condizioni di sicurezza necessarie.</p>
<p><strong>Può darsi che alcune di queste manifestazioni debbano essere ridimensionate e altre abolite, se non si possono assicurare le massime condizioni di sicurezza, per mancanza di fondi o per inamovibili condizioni ambientali.</strong></p>
<p>Come giustamente rileva il sottosegretario Martini, con condivisibile saggezza, certe manifestazioni vanno svolte “ nella legalità e nel rispetto delle norme vigenti in materia” altrimenti “ le tradizioni nel nostro Paese si uccidono con grave danno d&#8217;immagine, di certo non si aiuta a preservarle”.</p>
<p><strong>Ma in questo caso il discorso è del tutto diverso: non si tratta di abolire e censurare tradizioni centenarie che costituiscono il nerbo dell’identità cittadina e della cultura folclorica locale, ché sarebbe soltanto una prova di superficialità emotiva e un atto di prevaricazione autoritaria; si tratta invece di maturare un senso di civiltà e di rispetto, e una crescita morale e sociale che esige la messa in massima sicurezza di qualsivoglia manifestazione, al fine di evitare spettacoli cruenti, dolore, offese all’uomo e alla natura.</strong></p>
<p>In tal caso, non sarebbe la tradizione folclorica ad essere abolita, ma andrebbero aboliti quegli organizzatori che non sanno o non vogliono rispettare le regole.</p>
<p>Qualcuno dirà: la messa in sicurezza a certi livelli è talmente costosa, che sarebbe come decretare la fine di molte manifestazioni. Vero: e qui, devono intervenire le istituzioni, gli enti locali, per sostenere quelle tradizioni che fanno parte integrante del patrimonio socioculturale di una comunità; devono intervenire i privati, che tramite la sponsorizzazione dell’evento possono ottenere un proficuo investimento commerciale; e possono operare gli stessi organizzatori, che devono saper uscire da una mentalità puramente paesana e cercare di ottenere la massima considerazione da parte degli interlocutori pubblici e privati.</p>
<p><strong>In altre parole, l’estremismo superficiale degli abolizionisti e il campanilismo spinto di chi pensa che, dopo Tiffany, “tutto va ben madama la marchesa”, liberando così sia gli uni che gli altri la propria coscienza da ogni scrupolo e ogni dubbio, non risolvono il problema e non sono le basi su cui partire per evitare che incidenti del genere si ripetano</strong>.</p>
<p>E’ sacrosanto proteggere tutte le manifestazioni del folclore, perché come asserivano Gramsci e De Martino, è il folclore che forgia la coscienza di sé di un popolo: ma è anche vero che la coscienza di un popolo cresce, si evolve, matura, può essere plasmata a livelli etici più elevati. Ed è anche vero che, secondo gli esperti, il rischio zero non esiste: ma è dovere degli uomini spingere il livello di sicurezza in più vicino possibile a quello zero.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<p></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Viterbo quartiere culturale di Roma?</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 16:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[17 Viterbo]]></category>
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		<category><![CDATA[13 Roma]]></category>
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		<category><![CDATA[quartiere culturale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>- Ricordo un incontro del movimento studentesco con alcuni amministratori e imprenditori locali, sulle prospettive della cultura a Viterbo. Forse era il 1969 o il 1970, insomma una quarantina di anni fa.</p>
<p>Figurarsi se gli &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_30179" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-30179" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2011/03/mattioli_francesco.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="230" height="180" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p>- Ricordo un incontro del movimento studentesco con alcuni amministratori e imprenditori locali, sulle prospettive della cultura a Viterbo. Forse era il 1969 o il 1970, insomma una quarantina di anni fa.</p>
<p>Figurarsi se gli studenti sessantottini d’allora e i politici viterbesi potevano andare d’accordo, ma su un paio di punti le controparti si erano trovati in singolare consonanza: <strong>intanto, che lo sviluppo della cultura necessitava di professionalità vere e non di cantori improvvisati; e, soprattutto, che doveva esistere un “progetto”, che cioè non si può brancolare da un‘idea all’altra, tanto per fare o per mettersi qualche momentanea medaglia sul petto.</strong></p>
<p>Ho anche un altro aneddoto da proporre, e risale a venticinque anni più tardi, quando da assessore provinciale alla Cultura mi venne da dare seguito a quell’antico proponimento, e tentai non solo di delineare un progetto unitario, ma addirittura osai pensare che tale progetto potesse essere autonomo e originale e non una derivazione più o meno condizionata dalle linee guida regionali, per il solo fatto che la Regione tirava fuori i soldi.</p>
<p><strong>Ho usato due verbi, “tentare” e “osare”, che la dicono lunga su come andarono a finire le cose: i non possumus e i non volumus si sprecarono, per vari motivi, che non sono cambiati granché negli ultimi vent’anni.</strong></p>
<p>Di passata, ricordo che ancora oggi il cartellone dei maggiori teatri viterbesi lo detta di fatto la Regione.</p>
<p><strong>La cultura viterbese ha sempre sofferto di provincialismo; raramente è stata capace di elaborare un progetto autonomo, e quando ha tentato di farlo si è sovente affidata ad avventurieri, magari di gran nome, che tuttavia alla prima occasione se la sono svignata con il malloppo.</strong></p>
<p>Certo, non è che la classe politica viterbese abbia fatto molto per trattenerli, ma è anche vero che questo rapporto tra Roma e “burini” provinciali è vecchio, è consolidato e sapientemente sperimentato in tutte le province del Lazio.</p>
<p>Non è necessario citare esempi; chi vive la cultura viterbese da quarant’anni sa a cosa mi riferisco.</p>
<p>Oggi, dagli autori di Caffeina, viene un nuova e apparentemente vincente soluzione, che mette assieme qualità, creatività, professionalità e imprenditorialità, per cercare di sollevare o meglio ancora, di innalzare le sorti culturali della città.</p>
<p>Affiancherei a loro anche gli organizzatori di Tuscia in Jazz, di Tusciaopera Festival e di altre manifestazioni culturali che stanno comunque crescendo.</p>
<p>Queste iniziative suggeriscono che per creare cultura, anche al tempo di internet, sono necessari sei ingredienti: 1)<strong> un progetto, che abbia un senso, un’identità, un obiettivo;</strong> 2) una risonanza mediatica, che si ottiene adattando di volta il volta il format alle esigenze del “mercato” della cultura; 3) un coordinamento generale fra i soggetti progettisti, pubblici e privati; 4) <strong>un radicamento territoriale, necessario qualora l’investimento culturale sia anche funzionale ad una politica di valorizzazione delle risorse locali;</strong>5) una mentalità professionale, che sappia fare cultural management; 6) una disponibilità degli amministratori e degli imprenditori locali a fare squadra.</p>
<p>Il progetto è fondamentale: è la sua “specificità” e la sua “incisività” a decretarne le fortune. La risonanza mediatica deriva sì dal progetto, ma anche dalla possibilità di sfruttare i trend in atto, ad esempio passando con duttilità dalla kermesse letteraria (che oggi tira molto, forse troppo…) allo sperimentalismo espressivo senza perdere di coerenza con il progetto generale.</p>
<p>Il coordinamento delle iniziative trasforma il fattore tempo in una risorsa, evitare sovrapposizioni e crea un circolo virtuoso che fornisce reciproco sostegno ai progetti.</p>
<p><strong>Il radicamento territoriale ha senso se c’è la volontà di creare un prodotto “glocale”, sfruttando le risorse e le vocazioni del territorio e gli indirizzi delle politiche culturali degli enti locali (se non ci sono si possono indurre…).</strong></p>
<p>La professionalità fa la differenza con il provincialismo, garantisce l‘effettiva realizzazione del progetto e sgombera il campo dall’improvvisazione e dal velleitarismo.</p>
<p>La disponibilità degli enti locali è l’unica variabile incontrollabile da parte del progettista privato, perché presuppone che gli amministratori e gli imprenditori sappiano preparare il terreno, in termini di vivibilità urbana e di accoglienza, innanzitutto, ma anche in termini di burocrazia, ma può diventare un fattore fondamentale ove si crei reale sinergia tra pubblico e privato.</p>
<p>Direi che su tutto ciò Filippo Rossi ha detto molto, e molto bene. Poi, ha concluso con una affermazione non di poco conto: &#8220;Viterbo ha la sua vocazione nella cultura. Deve diventare il quartiere culturale di Roma. Perché Viterbo non è vicino Roma. E&#8217; Roma”.</p>
<p>Capisco la provocazione. Ma era una provocazione? Se fossi stato presente al dibattito, glielo avrei chiesto volentieri. Perché un dubbio mi attanaglia.</p>
<p>Viterbo e/o San Pellegrino il “quartiere culturale di Roma”? In che senso? A orecchio, sento qualche nota discordante. <strong>Certo, significa spostare masse di romani nel cuore turistico della città, che è il sogno di qualsiasi operatore economico della Tuscia; significa guadagnare l’attenzione di chi controlla il cordone della borsa della Regione</strong>; significa garantirsi eccellenze culturali in campo letterario, artistico e scientifico entrando in un giro di qualità internazionale.</p>
<p>E’ strano però che mentre Rossi prefigura un più forte legame fra la Capitale e Viterbo, quasi a fare di questa città un salotto buono della metropoli, gli enti locali tentino ancora una volta di fare lobby in campo economico, culturale, turistico, e di fare “sistema”, con città, province e regioni viciniori:<strong> Civitavecchia, certo, e forse Rieti, ma soprattutto con la Toscana (Grosseto e Siena), e con l’Umbria (Orvieto e Terni), quasi a voler riequilibrare la forza inevitabilmente centripeta della Capitale, e per sciogliersi da un abbraccio fatale che sembra quello che avvampa Mercurio, troppo vicino al Sole</strong>.</p>
<p>Siamo proprio sicuri che non si possa elaborare un progetto cultura, a Viterbo, che sappia essere autonomo, e quindi “interessante” a livello nazionale e internazionale, senza dover sottoscrivere un’ipoteca, più o meno vincolante, con Roma?</p>
<p>Rossi dice che Caffeina non è “viterbese”, è un evento nazionale; vero, ed è merito suo che le cose stiano così, e si tratta di una valutazione allettante perché dimostra che si può fare qualcosa a prescindere da certi condizionamenti territoriali, cioè evitando ogni sorta di provincialismo.</p>
<p>Ma l’affermazione suona allo stesso tempo minacciosa, perché significa che Caffeina si può fare ovunque, e quindi potrebbe trasmigrare da Viterbo, ove trovasse ambienti e proventi più vantaggiosi altrove.<strong>Qualcuno ricorderà come il maestro Menotti tormentasse continuamente il comune di Spoleto e la Regione Umbria, minacciando di spostare la sua creatura addirittura fuori dall’Italia…</strong></p>
<p>Certo, una sottile minaccia del genere potrebbe essere salutare per la città, farebbe da stimolo, da sfida, sarebbe occasione per una crescita comune, per circoscrivere la tendenza a trasformare in sagra paesana la maggior parte delle iniziative cosiddette culturali che proliferano a Viterbo, specie tra maggio e settembre.</p>
<p>Filippo Rossi dice di essere mezzo viterbese e mezzo romano; in un certo senso lo sono anche io, visto che insegno da quarant’anni alla Sapienza. Un’esperienza che mi è bastata da un lato per apprezzare il potenziale del bacino culturale della metropoli, dall’altro per sapere come la pensano sui Sette Colli a proposito della provincia.</p>
<p>Vogliamo fare un elenco degli egoismi capitolini? Dove si ferma il raddoppio della Cassia? Dove si fermano i raddoppi delle ferrovie? Dove si vorrebbero scaricare le varie servitù del territorio romano, dai rifiuti alle centrali energetiche? Come sognerebbe Alemanno di risolvere il problema dei nomadi? Come interpretano a Roma e a Ciampino l’aeroporto a Viterbo? Viterbo che diventa il quartiere culturale di Roma… mah, mi si permetta di diffidare.</p>
<p>Preferirei che <strong>le forze culturali, pubbliche e private, della città facessero “rete”, come si dice oggi, a livello progettuale, riuscendo ad elaborare un progetto unitario di alto profilo, capace di far crescere la comunità viterbese nel suo insieme, giocabile anche con un’abile strategia mediatica sul mercato nazionale e internazionale</strong>, che possa avvalersi delle più avanzate risorse creative, inventive ed economiche dell’imprenditorialità privata, ma soprattutto in grado di definire i motivi per cui un progetto del genere dovrebbe scaturire da Viterbo e non da Portofino o dai Parioli.</p>
<p>Un sogno? Non necessariamente, se i soggetti progettisti sono quelli giusti, e con la mentalità giusta. Lo insegna proprio Filippo Rossi.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Io ho il diritto di scegliere&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 15:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>- Ringrazio Gabriele Pillon per l&#8217;utile precisazione. Ma non cambia la questione, anzi contribuisce a renderla più allarmante. Perché, se è vero che in teoria &#8211; pur espletando un servizio pubblico &#8211; il Cotral potrebbe &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p>- Ringrazio Gabriele Pillon per l&#8217;utile precisazione. Ma non cambia la questione, anzi contribuisce a renderla più allarmante. Perché, se è vero che in teoria &#8211; pur espletando un servizio pubblico &#8211; il Cotral potrebbe sospendere il servizio nelle tratte considerate non remunerative, <strong>è chiaro che dovremmo persino ringraziare l&#8217;azienda, anche quando ci fa viaggiare su bus bestiame.</strong>E questo è, come minimo, immorale.</p>
<p>Nell&#8217;espletare un pubblico servizio il privato deve ottenere una concessione, o comunque un autorizzazione: ma sarebbe folle pensareche lo Stato la neghi, e non si avvalga dei privati, mentre non riesce ad esplicare le sue funzioni istituzionali.</p>
<p>Questo accade in lungo e in largo per l&#8217;Italia, nella sanità, nella scuola e nelle infrastrutture: e dico, per fortuna.</p>
<p><strong>Se c&#8217;è spazio per il privato, ripeto, è perché è spazio lasciato libero dal pubblico in termini di quantità e qualità.</strong></p>
<p>Senza contare che anche quando c&#8217;è tanta qualità nei servi pubblici &#8211; e ce ne è: nella sanità, nella scuola, nell&#8217;università, nelle ferrovie &#8211; il privato svolge un ruolo di completamento dell&#8217;offerta.</p>
<p><strong>I collegamenti pubblici fra Orte e Viterbo sono insufficienti? Si accomodi chi si può affiancare al pubblico per migliorare<br />
la situazione.</strong></p>
<p>Il mio sogno? Quello di una azienda pubblica che, proprio perché esplica un servizio pubblico,rispetti i passeggeri e rispetti il contratto con i passeggeri, facendoli viaggiare in orari adeguati, in condizioni di comfort e, soprattutto di sicurezza.</p>
<p>Al buon Pillon voglio narrare un aneddoto: durante un viaggio su un bus Cotral salgono i controllori e, giustamente, esigono dai passeggeri il rispetto del contratto, cioè chiedono di visionare il biglietto; <strong>quando faccio loro notare che l&#8217;azienda non rispetta il contratto, perché il bus viaggia con un finestrino rotto e un sedile che si rovescia, cioè in condizioni di insicurezza, rispondono che o si viaggia così o si dovrebbe fermare il bus e far saltare la corsa. </strong></p>
<p>Ha capito, Pillon, il “ricatto”? O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra (anzi, dal finestrino&#8230;): io azienda esigo che tu abbia il biglietto in ordine, ma non mi curo di essere in ordine io stessa, perché tanto ho il coltello dalla parte del manico. <strong>E guardi che le vittime non sono vip: sono pendolari, anziani,immigrati, studenti, gente che senza quel bus non può lavorare, studiare, spostarsi e quindi deve soggiacere al “ricatto”&#8230;</strong></p>
<p>E questo è solo uno di tanti aneddoti, in quarant&#8217;anni di pendolarismo.<br />
Non sarà una logica da pizzeria, ma a me sembra peggio: una logica autoritaria, irresponsabile, corporativa &#8211; mi consenta anche un accenno di ideologia-: una logica statalista e fascista.</p>
<p>E poi, sa, se la pizza è cattiva, io almeno posso scegliere un&#8217;altra pizzeria&#8230; ma qui?</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Pullman gt, solo un&#8217;opportunità in più</title>
		<link>https://www.corriere2000.it/2011/01/pullman-gt-solo-unopportunita-in-piu/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 18:16:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
		<category><![CDATA[opinione]]></category>
		<category><![CDATA[pullman gt]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>- Pendolare da più di 40 anni fra Viterbo e Roma, dopo aver percorso il tragitto in autobus prima con la Roma Nord (capolinea a Piazza Esedra), poi con l’Acotral ( capolinea a Ottaviano) e &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p>- Pendolare da più di 40 anni fra Viterbo e Roma, dopo aver percorso il tragitto in autobus prima con la Roma Nord (capolinea a Piazza Esedra), poi con l’Acotral ( capolinea a Ottaviano) e il Cotral (capolinea a Saxa Rubra),<strong> nonché in treno (nelle due varianti: via Orte, e arrivo a Termini o a Tiburtina, via Capranica con arrivo a Termini, poi a Ostiense o a Valle Aurelia)</strong>, mi sento pienamente in diritto di dire la mia sulle corse in “pullman Gt” da Viterbo a Orte.</p>
<p>Certamente una linea di servizio pubblico dovrebbe essere privilegiata, e per vari motivi che qui è superfluo elencare. Ma è intollerabile che il servizio pubblico offra bus senza riscaldamento, sporchi, con i sedili rotti e i finestrini scardinati, e senza un minimo controllo sulle esibizioni di taluni passeggeri.</p>
<p><strong>Ora, capita che non tutti siano disposti, pur di risparmiare qualche euro, ad essere trattati come bestie.</strong></p>
<p>In una società liberale e democratica il servizio pubblico è un dovere, e forse anche un opportunità; ma non è un caso che accanto ai servizi pubblici emergano servizi privati, nella scuola, nella sanità, nella cultura, nei trasporti.</p>
<p>Non è un caso perché, almeno in Italia, il servizio pubblico non sempre è “al servizio” del pubblico.</p>
<p>Non essendo la nostra una società a regime sovietico, è chiaro che a chiunque deve essere data l’opportunità di stare sul mercato, anche in concorrenza con il servizio pubblico.</p>
<p><strong>Così, l’esistenza di un servizio privato che allo stato attuale garantisce più corse, e in condizioni di comfort migliori, tra Viterbo e Orte, si spiega evidentemente con uno spazio e una opportunità creati dalle carenze del servizio pubblico su quella tratta. Che poi il servizio privato costi qualcosa dei più, è nella logica del mercato e il Cotral potrà certamente provvedere in un clima di sana concorrenza.</strong></p>
<p>Per inciso, nessuno è comunque obbligato a servirsi dei pullman GT; e se anche lo fosse, la responsabilità di tale onere andrebbe addossata al servizio pubblico, evidentemente non in grado di fornire adeguate alternative.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Finire verso il Centro è naturale&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 15:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>- Ringrazio Valerio De Nardo per aver condiviso molti dei punti che ho sottolineato nel mio intervento e soprattutto per la qualità della sua replica, che rende “alto” il livello della discussione; ovviamente ho pieno &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p>- Ringrazio Valerio De Nardo per aver condiviso molti dei punti che ho sottolineato nel mio intervento e soprattutto per la qualità della sua replica, che rende “alto” il livello della discussione; ovviamente ho pieno rispetto per le sue idee quando non coincidono con le mie.</p>
<p>Ma qualche chiarimento è indispensabile. Per principio preferisco citare alcuni interpreti della società contemporanea, piuttosto che altri, perché ho scelto meno i filosofi e maggiormente i sociologi, che fanno più spesso tesoro di dati di ricerca che di suggestioni intellettuali pur affascinanti.</p>
<p><strong>Che la maggior parte degli studiosi concordi con una interpretazione “blairiana” della modernità, potrebbe essere un segnale, nel senso che questo punto di vista risulterebbe migliore di altri nel leggere e valutare ciò che ci accade d’intorno&#8230;</strong></p>
<p>Quanto al “rischio” di cadere nel centro, per la politica italiana, non so se di rischio si tratta; a ben vedere, per sessant’anni il governo della Repubblica ha preso atto dell’indispensabilità del centro, sia da sinistra che da destra, e quando, con il bipolarismo, ha finto di farne a meno, sappiamo cosa è successo e cosa sta succedendo, sia a sinistra che a destra.</p>
<p>E’ nella natura stessa dell’elettorato italiano muoversi al centro, persino quando vota a destra o a sinistra, ed è forse nelle forme evolutive della società postindustriale, quella liquida per intenderci, che il voto moderato, senza –ismi, trova lo spazio più fertile per prosperare. Non solo in Italia, ma nella maggior parte dei Paesi industrializzati.</p>
<p>Ha ragione De Nardo a scorgere nuovi e diversi spazi per la sinistra: sono quelli dello sviluppo sostenibile, dell’ambientalismo, e si tratta di spazi altrettanto problematici, beninteso, ma che appaiono molto più aderenti alla realtà odierna – e futura – che non il vecchio conflitto di classe di profumo ottocentesco.</p>
<p><strong>Lo stesso Ulrich Beck, che per primo vent’anni fa ha definito la nostra società come una società del rischio ambientale, oggi si rende conto che lo sviluppo sostenibile è l’unico scenario serio dove la sinistra può combattere (per dirla con San Paolo) “la buona battaglia”.</strong></p>
<p>Ma il paradosso è che la battaglia per lo sviluppo sostenibile non ha padrini esclusivi: si può tranquillamente pescare su tutto l’arco parlamentare, e non, e trovare persone, associazioni, gruppi che condividono le stesse preoccupazioni per il nostro futuro, e che sono persino pronte a lavorare fianco a fianco per questo.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
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		<title>Un due tre e&#8230; la sinistra non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 15:18:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>- Non sarò breve, e spero solo che i quattro gatti, che avranno la pazienza di leggermi fino in fondo, vorranno riflettere con me a prescindere dalle proprie legittime convinzioni.</p>
<p>Qualche mese fa, su questo &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt; " width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli </p></div>
<p>- Non sarò breve, e spero solo che i quattro gatti, che avranno la pazienza di leggermi fino in fondo, vorranno riflettere con me a prescindere dalle proprie legittime convinzioni.</p>
<p>Qualche mese fa, su questo stesso giornale, ebbi a illustrare i motivi per cui in Italia è pressoché<strong>impossibile realizzare il bipolarismo politico</strong>; ragioni storiche, culturali, ambientali che non ci fanno assomigliare ad un paese britannico, dove il bipolarismo è nato.</p>
<p>E’ proseguendo in questa prospettiva che mi viene da meditare sull’attuale situazione politica italiana, dove<strong> né la destra né la sinistra appaiono omogenee </strong>e devono persino guardarsi da un centro che affascina sempre più l’elettorato moderato, quello che vive in un mondo di incertezze e contraddizioni, ed è disposto a condividere soltanto sogni e utopie a basso costo.</p>
<p><strong>La destra ha problemi di identità, solo in minima parte legati alla crisi personale di un uomo. </strong>Ma ciò che fa più impressione, oggi, è la crisi della<strong>sinistra, che appare del tutto incapace di approfittare della temporanea debolezza dell’avversario e lascia che l’opposizione più seria e credibile la faccia proprio il centro.</strong></p>
<p>La sinistra non è unita e non è neppure “unibile”, se non per “fare fronte”, che è un modo poco produttivo di fare politica senza avere idee progettuali precise, giacché l’<strong>alleanza è ipotizzata quasi esclusivamente “contro” e non “per”</strong>. Ora, se nel 1945 o nel 1962 coalizzarsi “contro” aveva un senso, nel XXI secolo in Italia non paga: lo dicono gli esiti elettorali e i sondaggi d’ogni colore.</p>
<p><strong>E’ in crisi soprattutto quella sinistra che si rifà al marxismo nelle sue linee più ortodosse.</strong></p>
<p>Gli anni settanta del “sorpasso alla Dc” sono lontani, ma perfino allora quell’esperienza non fu apprezzata,<strong> tanto che a sinistra del Pci nacquero partiti irriducibili e nell’extraparlamentarismo prese vigore la lotta armata.</strong></p>
<p>Il fatto è che <strong>troppa sinistra sa stare solo all’opposizione</strong> e manca tuttora di una cultura di governo nazionale (non conta la cultura di governo delle amministrazioni locali, che è altro). I motivi di tutto ciò sono molteplici, ma alcuni sono stati analizzati con acume da vari studiosi in questi ultimi decenni.</p>
<p>Daniel Bell, Edgar Morin, Ralph Dahrendorf, François Lyotard, Francis Fukuyama, Anthony Giddens: una bella nidiata di grandi <em>maitres a penser</em> della società contemporanea, accomunati da una costatazione, che la seconda metà del Novecento ha visto la fine delle ideologie. <strong>E per indicare l’esempio più eclatante indicano il crollo dell’Unione Sovietica e del comunismo e la penetrazione del capitalismo in Cina e persino a Cuba.</strong></p>
<p>Beninteso: nel crollo del comunismo lo sviluppo del capitalismo entra solo in parte, visto che anche il capitalismo oggi è in crisi, almeno nelle sue forme tradizionali.</p>
<p>E non si tratta neppure del crollo del marxismo come analisi scientifica dell’economia, tant’è che oggi sono numerosi gli studiosi che sono marxiani (cioè che condividono certe analisi di Marx sull’economia occidentale) senza essere marxisti (cioè senza condividerne la proposta politica).</p>
<p>La crisi del comunismo non è nuova; una “prima volta” si ebbe già all’inizio del ‘900 (in Italia nel 1922), quando, di fronte ad un progresso che stava rapidamente cambiando gli scenari politici dell’occidente, <strong>una parte consistente dei lavoratori disse no alla rivoluzione e scelse la via parlamentare.<br />
</strong></p>
<p>La seconda si deve forse alla globalizzazione che, diversamente da quanto temevano i “no global” e i teorici della dipendenza alla Gunder Frank, non sta consegnando il pianeta nelle mani del capitalismo e segnatamente in quelle dello Zio Sam, ma ha creato poli economici e sociopolitici alternativi in grado di mettere in crisi proprio il capitalismo tradizionale (si pensi al cosiddetto Bric, composto da economie forti, ma non appartenenti al tradizionale schieramento capitalista occidentale, come Brasile, Russia, India e Cina).</p>
<p><strong>Così, l’idea comunista della rivoluzione planetaria anticapitalista e antiglobalizzazione trova scarsi adepti</strong>; persino i no-global stanno perdendo pezzi e vengono sostituiti dai black-bocks, che sono altra cosa e tutt’altro che edificante.</p>
<p>A meno che non si voglia creare una improbabile liaision tra il comunismo e il fondamentalismo islamico, l’altro grande nemico del capitalismo, ma per ragioni pressoché opposte. Ed évero che il nemico del mio nemico è mio amico, e che in guerra tutto è permesso, ma c’è un limite a tutto…</p>
<p><strong>Tutto questo per dire che al presente chi ancora brandisce la bandiera con la falce e martello si trova a fare i conti con un mondo profondamente mutato.</strong> Come mi faceva notare già una ventina di anni fa Alain Touraine (sociologo marxista, massimo interprete del “sessantotto”), sia la falce (agricoltura) che il martello (industria) <strong>sono ormai largamente minoritarie rispetto all’importanza economica del terziario</strong>, che per sua natura è piuttosto “borghese” e comunque profondamente eterogeneo, difficile da interpretare, penetrare e mobilitare.</p>
<p>Persino in fabbrica la filosofia del ceto medio sta erodendo la cultura operaia più tradizionale; questo è forse meno evidente in Italia, ma è ormai largamente acquisito nella maggior parte dei paesi occidentali.</p>
<p>Anni fa, da giovane sociologo, durante un pubblico incontro chiesi a Luigi Petroselli se non pensava che il Pci al 35% dovesse fare i conti anche con la logica borghese di quella classe media che l’aveva votato per la prima volta. <strong>Non mi rispose, o meglio negò che il Pci dovesse cambiare linea per questo; in realtà temo che non abbia “voluto” capire la domanda.</strong></p>
<p>In ogni caso, l’andamento elettorale nelle democrazie europee, negli ultimi vent’anni, sta penalizzando progressivamente l’estrema sinistra, segno che i messaggi di quest’ultima stanno risultando sempre meno familiari ai lavoratori, che preferiscono creare nuove e diverse forme di confronto politico e sindacale.</p>
<p><strong>Persino il movimento degli studenti comincia a prendere le distanze dalle forme più stereotipate dell’espressività comunista.</strong></p>
<p>I recenti episodi di resistenza della Fiom nei confronti della riforma Marchionne alla Fiat se appaiono sacrosanti nella logica del sindacalismo più tradizionale, quello anni ’60, risultano del tutto disallineati con quella che è la tendenza globale in atto, che inevitabilmente sposta la produzione (di qualsiasi genere) nelle aree economiche più favorevoli.</p>
<p>A meno di statalizzare le industrie (soluzione bocciata dalla storia già nel XX secolo, ma che sotto sotto è ancora il sogno inconfessato di molti marxisti), non si può impedire ad una azienda di perseguire i suoi obiettivi <strong>economici di sopravvivenza in un mercato internazionale altamente competitivo, che non ammette debolezze di sorta.</strong></p>
<p>Così, la soluzione prospettata dalla Fiat e accettata dagli altri sindacati, ancorché forse meno favorevole politicamente ai lavoratori italiani rispetto al passato (ma migliore di quella valida per i lavoratori della Chrysler), sembra essere perfettamente in linea con quanto avviene in tutta l’industria automobilistica che conta.</p>
<p>Allora, fare resistenza nei suoi confronti significa tirare la corda oltre la sua più ragionevole resistenza e rischiare di porsi fuori della storia e della realtà economica globale. <strong>Ha ragione la Camusso a sostenere che la riforma di Marchionne “non appartiene alla cultura sindacale di questo Paese”, ma il problema è che il modello sindacale della Fiom non appartiene più alla cultura sindacale del pianeta.</strong></p>
<p>La vicenda del no di Lula all’estradizione di Battisti è un’altra situazione che non può che imbarazzare i marxisti di tutto il mondo.</p>
<p>Il marxista Lula considera il pluriomicida Battisti un eroe della resistenza al capitalismo italiano? Considera l’Italia un paese tanto incivile da temere che un ergastolano possa essere fatto fuori come in una qualsiasi repubblica delle banane sudamericana?</p>
<p><strong>E come mai il marxista Lula accetta di buon grado che la capitalista Fiat dell’infingardo Marchionne costruisca auto e motori nel suo Paese a danno dei lavoratori italiani?</strong> Dov’è finita l’unione dei proletari di tutto il mondo?</p>
<p>Il malessere della sinistra si trova ad ogni angolo della strada politica del nostro Paese. Basta vedere quali problemi stiano sorgendo nel Pd tra ex comunisti che guardano da un parte ed ex democristiani che guardano dalla parte opposta, quando si parla di alleanze e di problemi etici.</p>
<p>Il che, piuttosto che di ricongiungimenti, sembra foriero di ulteriori divisioni. Un collega albanese mi ha fatto notare maliziosamente che il Pd assomiglia alla bandiera del suo Paese: un’aquila a due teste, volte in direzioni opposte. <strong>Nella Tuscia mi sembra che si sia toccato il fondo, o quasi, disorientando quel numero di elettori, sempre più modesto, che ancora vota e vorrebbe votare per il centrosinistra.</strong></p>
<p>Sono contraddizioni che attraversano il marxismo, la sinistra, il comunismo, che non sembrano in grado di sintonizzarsi sulla scena politica del XXI secolo. Ma attenzione: sono contraddizioni che attraversano parimenti il capitalismo, che creano incertezza in un società, la nostra, sottoposta a grandi cambiamenti che non risparmiano niente e nessuno. Né gli ambientalisti, che ieri chiedevano l’energia pulita del vento e del fotovoltaico e oggi si accorgono che il paesaggio rischia di essere stravolto da questi impianti; né le chiese, dilaniate tra conservatorismo e cambiamento, tra morale ufficiale e pratica reale; né le scienze, che oltre a perdere le certezze del determinismo naturalistico, sono accusate di scegliere secondo interessi economici piuttosto che scientifici.</p>
<p>Sembrano entrare in crisi persino quelli che una volta pensavamo che fossero i “valori non negoziabili”, quelli della liberté, egalité, fraternité,<strong>della stessa democrazia e della dignità dell’Uomo, che il multiculturalismo comincia a mettere in dubbio.<br />
</strong></p>
<p>Qualche tempo fa ho chiesto ai miei studenti di rispondere ad un quesito: “la democrazia, che difende la libertà di pensiero e l’uguaglianza, deve difendere anche quelle minoranze che affossano la libertà e l’uguaglianza?”</p>
<p>Non mi hanno saputo rispondere con chiarezza; non avevo qualcosa da suggerire loro, visto che né gli aforismi di Voltaire e neppure certi teorici del multiculturalismo come Rawls sono in grado di dipanare il dubbio.</p>
<p>Allora, può sorprendere che la sinistra italiana stenti a trovare la strada, la casa comune? Che il centro stenti a compattare cento monadi diverse? Che il centrodestra perda i pezzi di qua e di là, perché non riesce più a dare un definizione non residuale di “destra”? <strong>Certo, l’unica ad apparir solida sembra essere la Lega</strong>, ma non è un caso che dietro la Lega non ci sia un’ideologia, ma una miriade di interessi del qui e ora, una politica da barbecue dove l’orizzonte del mondo finisce alla staccionata ben dipinta di bianco. <strong>Il che forse può andar bene per amministrare Cinisello Balsamo, ma non un Paese calato in una realtà globale e multiculturale.</strong></p>
<p>Resta il fatto che, oggi, a subire maggiormente la trasformazione del mondo globale, sia proprio il marxismo ortodosso, e segnatamente la sinistra estrema: che fa battaglie quanto meno di retroguardia in occidente, che non riesce a prendere le distanze, in strada, dall’anarchismo nichilista (i famosi “compagni che sbagliano”) e <strong>che alimenta alcune delle peggiori dittature del XXI secolo, dalla Bielorussia alla Corea del Nord, dalla Birmania alla Cina, dove non esiste libertà di pensiero, di religione, di associazione, di cultura.</strong></p>
<p>Rischiando così di mettersi a braccetto persino con la dittatura clericale dell’Iran, tanto per fare dispetto al capitalismo occidentale, vedi ad esempio l’atteggiamento dell’ineffabile Lula nei confronti di Teheran…</p>
<p>Giorgio Napolitano, che ha una storia personale molto chiara, ha affermato l’altro giorno che l’epoca dello scontro ideologico è finita. Devono aver fischiato le orecchie a molti marxisti, ancora annidati nel loro fortino di lotta dura senza paura.</p>
<p>Beninteso: <strong>l’Italia vive un momento critico, dove l’occupazione sprofonda, i giovani stanno perdendo motivazioni, la cultura e la scienza sono progressivamente mortificate e i valori etici sono sotto attacco.</strong></p>
<p>Ma davvero qualcuno pensa che oggi la soluzione stia in una società socialista? Che si possano risolvere i nostri problemi ignorando tranquillamente quel che avviene nel resto del mondo? <strong>Che con un po’ di giustizialismo manicheo si possa ripulire la scena?</strong></p>
<p>E’ un peccato che non si avverta una reale maturazione, una capacità di restare nella storia di oggi da parte di certa sinistra, che pure è stata, nel XX secolo, forse l’unica vera depositaria del progressismo, della democrazia reale, dell’idea di sviluppo sostenibile e di moralizzazione della vita politica e amministrativa.</p>
<p><strong>Restare nella storia, che cosa può significare? </strong>Intanto, ripudiare tutti gli -ismi, che come tali sono segnali di forzature e di estremizzazione delle posizioni in un mondo globale troppo variegato per sopportare ipersemplificazioni ideologiche; poi praticare la cultura del rispetto reciproco; ma soprattutto, credere in una politica che sia assunzione di responsabilità, servizio, che abbia a fondamento una vera ”etica” comune.</p>
<p>E’ questa l’utopia positiva che può essere praticata e che diventa l’obiettivo e la sfida dell’immediato futuro: senza farsi ingannare da un anticonformismo di maniera, ma con l’impegno serio verso una realtà sociale complessa e difficile da interpretare, che non finisce ai confini del nostro orticello, <strong>che non ammette fondamentalismi di sorta</strong>, e che impone il dialogo, nessuno escluso.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>L&#8217;Astral e l&#8217;Anas doveva intervenire subito</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 12:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sono tra le vittime della pubblica improntitudine che ha permesso ad una nevicata ampiamente prevista di bloccare per otto ore i collegamenti stradali tra Viterbo e Roma.</p>
<p><strong>Ha ragione l&#8217;assessore Santucci a prendersela con l&#8217;Astral, </strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt;" width="230" height="355" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>Sono tra le vittime della pubblica improntitudine che ha permesso ad una nevicata ampiamente prevista di bloccare per otto ore i collegamenti stradali tra Viterbo e Roma.</p>
<p><strong>Ha ragione l&#8217;assessore Santucci a prendersela con l&#8217;Astral, ma direi anche con l&#8217;Anas. Una, non è intervenuta, l&#8217;altra lo ha fatto tardivamente,quando non aveva più neppure lo spazio fisico per operare, invece di farsi già trovare pronta sul posto.</strong></p>
<p>Dice il presidente dell&#8217;Astral: &#8220;E&#8217; bene&#8230; ricordare che la Regione Lazio ha affidato all&#8217;Astral Spa la progettazione e la realizzazione di nuovi interventi, la manutenzione straordinaria, la messa in sicurezza e la gestione della viabilità regionale, l&#8217;istruttoria tecnica e il rilascio delle autorizzazioni afferenti l&#8217;uso della strada da parte della cittadinanza&#8221;.</p>
<p><strong>Che altro è, se non fare manutenzione straordinaria e mettere in sicurezza la viabilità regionale, adoperarsi affinché una nevicata prevista già da quattro giorni sia doverosamente contrastata mettendo in campo tutte le risorse tecniche disponibili?</strong></p>
<p>Aveva ragione quello che diceva che i meriti sono figli di tutti, e i torti sono figli di nessuno.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>La società è tutt&#8217;altro che standardizzata</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 15:32:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Si diceva, nel precedente intervento, che non esiste contrapposizione tra stato laico e stato etico, ma tra laicismo e confessionalismo.<br />
Il secondo ha caratterizzato gran parte della storia passata, fino all&#8217;800, il primo è la &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt;" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>Si diceva, nel precedente intervento, che non esiste contrapposizione tra stato laico e stato etico, ma tra laicismo e confessionalismo.<br />
Il secondo ha caratterizzato gran parte della storia passata, fino all&#8217;800, il primo è la conseguenza dell&#8217;irrompere dell&#8217;illuminismo, del razionalismo, del positivismo e del marxismo sulla scena della politica e della conoscenza.</p>
<p><strong>In ambedue i casi, si tratta di un&#8217;opzione di valori, cioè di una weltanschauung, di una &#8220;visione del mondo&#8221; che ispira un concezione della società e dello stato che la governa. E c&#8217;è di più: ciascuna di queste visioni del mondo impegna moralmente e socialmente (come dire: politicamente) l&#8217;individuo a realizzarne gli obiettivi.</strong></p>
<p>Questo vale, quindi, anche per i cattolici. Ai quali sia il Vangelo che il Concilio Vaticano II richiedono l&#8217;impegno ad agire, a fare testimonianza, a fare &#8220;apostolato&#8221; , il che non significa &#8211; come qualcuno in vena di timidezze ha proposto &#8211; comportarsi bene e dare l&#8217;esempio, ma attivarsi nella società per cambiare il mondo o comunque per indirizzarlo verso gli insegnamenti di Cristo.</p>
<p>Parimenti, l&#8217;individuo laico &#8211; capitalista o marxista che sia &#8211; è impegnato a realizzare &#8220;il migliore dei mondi possibili&#8221;, sia che si tratti di creare un società liberale pronta a crescere nella competizione economica, o che si tratti di attuare la rivoluzione del proletariato: in ogni caso, non se ne sta lì a guardare come va il mondo, ma intende dargli un&#8217;impronta mediante una &#8220;partecipazione diretta&#8221; alla cosa pubblica.</p>
<p><strong>Di questa impossibilità a sottrarsi all&#8217;ideologia non si libera neppure la scienza. Non me ne vogliano i sostenitori del Cicap i quali, in nome della scienza, sono pronti a negare tutto ciò che non può essere sottoposto a verifica empirica.</strong> Ma essi stessi sono arroccati su posizioni ideologiche perché, come Kuhn ha evidenziato già quaranta anni fa, anche la concezione della scienza dipende dalla contrapposizione di poteri sociali storicamente determinati.</p>
<p>A seguire fino in fondo l&#8217;atteggiamento del Cicap, difensore della &#8220;certezza matematica&#8221; della scienza (alla Oddifreddi, per intendersi), rischierebbero persino Heisenberg e Einstein &#8211; che hanno introdotto elementi di indeterminatezza sia nella teoria che nella sperimentazione scientifica &#8211; ed è proprio con un atteggiamento di chiusura verso qualsivoglia pensiero scientifico divergente che dovette scontrarsi Pasteur.</p>
<p><strong>Il rischio quindi è che dalla scienza che smaschera gli imbrogli, si passi troppo facilmente allo scientismo, e dallo scientismo ad una mera crociata a favore del materialismo, e da qui all&#8217;esaltazione dell&#8217;ateismo, e quindi ancora una volta ad una opzione ideologica.</strong></p>
<p>La società odierna insomma è tutt&#8217;altro che standardizzata: la globalizzazione ha creato solo apparentemente una maggiore uniformità socioculturale &#8211; semmai nei consumi di massa &#8211; in realtà mediante lo sviluppo dei nuovi media ha dato voce alle mille differenze esistenti sul pianeta, ha creato conoscenza reciproca, ma di conseguenza anche confronto, e talvolta scontro.</p>
<p>Se le cose stanno così, se questa pluralità è nella natura stessa della complessità globalizzata, viene da chiedersi se proprio in Italia possa sopravvivere la logica del bipartitismo.</p>
<p>Perché l&#8217;Italia dei campanili è, per importanti motivi storici, nel nostro dna (e non a caso abbiamo sessanta milioni di CT della nazionale di calcio, ma anche sessanta milioni di premier&#8230;). E i fatti lo stanno dimostrando: fratture nel blocco di centrodestra, fratture nel blocco di centrosinistra, fratture nell&#8217;estrema destra, fratture nell&#8217;estrema sinistra, riemergere di posizioni eccentriche rispetto ai due blocchi contrapposti.</p>
<p><strong>Ma c&#8217;è anche una componente che gioca un ruolo fondamentale nello sparigliare la scena: la posizione dei cattolici.</strong></p>
<p>A rigore, qualora i cattolici fossero coerenti con il loro credo religioso si avrebbe: a) l&#8217;obbligo di far prevalere i valori del Vangelo; e quindi, b) l&#8217;obbligo di agire nella società, e di non stare a guardare; c) l&#8217;obbligo di seguire le proprie autorità religiose; d) l&#8217;obbligo di schierarsi contro (e quindi di non sostenere) qualsiasi formazione politica che propugni il razzismo e la discriminazione, lo sfruttamento, l&#8217;emarginazione, la violenza, che preveda la possibilità di sopprimere la vita, a qualunque stadio e per qualsiasi motivo, che ammetta un tipo di famiglia diversa da quella naturale, ecc., ecc.</p>
<p>Coerentemente con tutto ciò, i cattolici non dovrebbero essere presenti in formazioni politiche che non riconoscano a pieno questi valori, e quindi probabilmente non dovrebbero ritrovarsi né a destra (dove sopravvivono manifestazioni di forte razzismo e di elitarismo), né a sinistra (dove esiste un concezione laica e laicista che contrasta alcuni valori cristiani), forse nemmeno in un certo centro (troppo impegnato a fare l&#8217;ago della bilancia), ma dovrebbero creare una &#8220;terza forza&#8221; con una propria etica politica.</p>
<p><strong>Il che non avviene: e il motivo è semplicissimo, si trova in un dato meramente statistico: il 75% dei cattolici pratica un cattolicesimo &#8220;fai da te&#8221; che reinterpreta a piacimento non solo il dettato dei sacramenti, ma anche l&#8217;interpretazione delle Scritture (ove, e raramente, conosciute) e la stessa concezione della religione.</strong></p>
<p>Perché ciò accade? Intanto, perché se è vero che la fede è ( o dovrebbe essere&#8230;) una, gli aspetti secolari della religione (gerarchie, organizzazione, liturgia) tendono inevitabilmente a sottostare ai cambiamenti della storia e quindi possono essere considerati da punti di vista diversi. Ma probabilmente le cause vanno ricercate ancora una volta nello stato di incertezza e nella crisi delle istituzioni che pervade la postmodernità; nella stessa fede, che come tale talvolta vacilla; o forse &#8211; e di più &#8211; nella logica dell&#8217;individualismo e del consumismo della società attuale.</p>
<p>Di certo, tutto ciò crea complessità, incertezza, non semplifica le cose, e di certo non gioca a favore del bipartitismo o più in generale del chiarimento della situazione politica, sociale e culturale del nostro Paese, e più in generale del mondo occidentale; anzi, le complica.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Mina santa subito&#8230;?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 18:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[cantante]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>
		<category><![CDATA[mina]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>E&#8217; singolare vedere il laico De Nardo che celebra il mito di Mina, descritta come una dea ineffabile e irraggiungibile cui tutto è lecito in virtù delle sue qualità canore.<br />
Più o meno con la &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"></p>
<div style="text-align: auto;"></div>
<p><img class="size-full wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt;" width="230" height="355" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>E&#8217; singolare vedere il laico De Nardo che celebra il mito di Mina, descritta come una dea ineffabile e irraggiungibile cui tutto è lecito in virtù delle sue qualità canore.<br />
Più o meno con la stessa devozione di Paolo Limiti, che ritiene Mina la più grande cantante del mondo o giù di lì.</p>
<p><strong>Negli anni &#8217;60 e &#8217;70 sono stato fan di Mina, come di Battisti, di Celentano, di De Gregori, di Patty Pravo, di De André: certo, Mina era Mina, anzi, Mina è Mina.</strong></p>
<p>Ma quanto mi dà fastidio questa celebrazione di Mina senza Mina; questo taglio della torta senza il festeggiato, questa santificazione in vivo.</p>
<p>Mina ha fatto una scelta: escludersi dai suoi fan, cosa che né Celentano, né Patty Pravo, né altri hanno fatto, continuando &#8211; talvolta coraggiosamente, come Mino Reitano &#8211;  a compromettersi con il mercato, ma anche con la vita di noi comuni mortali.</p>
<p><strong>Anzi, Mina ne ha fatte due di scelte: ha preferito non infettarsi con il vecchio mondo dei suoi fan, tanto da risiedere persino fuori dell&#8217;Italia. </strong></p>
<p>Senza per questo esimersi dal pronunciare i suoi oracoli a mezzo stampa e di concedere la sua voce all&#8217;etere come una divinità sublime e inafferrabile che ogni tanto si degna di mandare un segno ai suoi trepidanti fedeli.</p>
<p>Chissà se ha anche qualità taumaturgiche.</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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		<title>Politica sba(n)data</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 16:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Capo Redattore</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[francesco mattioli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>POLITICA SBA(N)DATA<br />
Ovvero:<br />
<strong>P</strong><br />
Come Pdl o Pd, tanto sempre P è, cioè partito, un organismo che dovrebbe costituire, secondo Weber e Michels, il principale strumento di democrazia e di rappresentanza delle istanze dei cittadini, &#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_4787" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><img class="size-medium wp-image-4787" title="mattioli_francesco" src="http://www.corriere2000.it/wp-content/uploads/2009/09/mattioli_francesco-194x300.jpg" alt="&lt;p&gt;Francesco Mattioli&lt;/p&gt;" width="194" height="300" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mattioli</p></div>
<p>POLITICA SBA(N)DATA<br />
</strong>Ovvero:<br />
<strong>P</strong><br />
Come Pdl o Pd, tanto sempre P è, cioè partito, un organismo che dovrebbe costituire, secondo Weber e Michels, il principale strumento di democrazia e di rappresentanza delle istanze dei cittadini, ed invece rischia di diventare una sétta autoreferenziale scollegata con il territorio.<br />
<strong>O</strong><br />
Come ossimoro (figura retorica in cui si uniscono in una frase due termini in contrasto fra loro): perché coniugare politica e democrazia sta diventando un ossimoro.<br />
<strong>L<br />
</strong>Come lista. Per un partito è più importante compilare una lista dei candidati o una lista delle necessità?<br />
<strong>I</strong><br />
Come incertezza. Gli studiosi la considerano il carattere distintivo della società contemporanea: così, anche la politica si adegua, e diventa sempre più incomprensibile per la gente comune.<br />
<strong>T</strong><br />
Come trasformismo. Dicevano che il bipartitismo avrebbe ridotto i rischi di trasformismo; c&#8217;è di che dubitarne.<br />
<strong>I</strong><br />
Come inaffidabile. Una ricerca del 2004 dimostra che il 67% degli intervistati a cui è stato chiesto di affiancare un ruolo a vari aggettivi, ha collegato inaffidabile al politico. Non è un buon segno.<br />
<strong>C</strong><br />
Come cattolico. Se c&#8217;è uno che non sa più a che santo votarsi, anzi, che santo votare, è il cattolico: per di più, tutti che gli stanno a tirare la giacchetta, anche quelli che fino a ieri lo deridevano o lo disprezzavano.<br />
<strong>A</strong><br />
Come apparentamento. Apparentemente.</p>
<p><strong>S</strong><br />
Come sinistra. Che cosa è? A sinistra di cosa? Più spesso si invoca il centro-sinistra.<br />
<strong>B</strong><br />
Come brioches. Le voleva distribuire la regina Maria Antonietta di Francia ai cittadini, in mancanza di pane. Qualcuno, in campagna elettorale, le ha promesse alla Tuscia.<br />
<strong>A</strong><br />
Come Aventino. Vi si stanno raccogliendo in massa i giovani. Da una recente ricerca, emerge che solo il 12% si interessa attivamente di politica; di questi, la metà lo fa per trovare lavoro, mentre quasi tutto il resto milita in formazioni estremiste, perché ricusa la società e le sue istituzioni. Non è un buon segno.<br />
<strong>(N)</strong><br />
Come N, che può significare nessuno, o infinito, comunque un indeterminato. Una lettera in più o in meno, che fa di un peccato veniale una tragedia.<br />
<strong>D</strong><br />
Come destra. Che cosa è? A destra di cosa? Più spesso si invoca il centro-destra.<br />
<strong>A</strong><br />
Come autoreferenzialità. Dice il politico: certe cose sono normali in politica&#8230; Dice l&#8217;elettore: certe cose non le capisco.<br />
<strong>T</strong><br />
Come termini. Non Imerese, né la Stazione, ma quei limiti di legge che per tutti noi sono labili, indeterminabili, discutibili, comunque sempre a nostro favore.<br />
<strong>A</strong><br />
Come allarme. Se la politica fallisce, è facile che la società cada nelle mani di capipopolo senza scrupoli (Friedrich Ebert, primo presidente della Repubblica di Weimar, 1919).</p>
<p><strong>Francesco Mattioli</strong></p>
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